Dopo una lunga carriera da giornalista d’inchiesta, per le più importanti testate e agenzie di stampa italiane, Vito Faenza racconta la cronaca attraverso il romanzo. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’appuntamento “Caffè Letterario” presso l’Isis Vincenzo Corrado di Castel Volturno, dove ha presentato il suo ultimo romanzo “Il ragno e la farfalla”.

Vito, raccontaci del tuo ultimo lavoro, come si passa dal giornalismo al romanzo.

Ho scritto moltissimi saggi e rapporti sulla camorra ma ora che sono in pensione, ho deciso di dedicarmi al romanzo. Utilizzo questa forma per raccontare fatti realmente accaduti che ho vissuto in prima persona da giornalista e che ho deciso di romanzare per raccontare anche ciò che in un atto giudiziario, in un atto ufficiale non può entrare. Parlo di sfumature dei fatti trattati e della vita di personaggi che ruotano attorno ai fatti di cronaca. Nel mio ultimo romanzo “Il ragno e la farfalla” racconto dell’ultima intervista di Antonio Spavone nella quale intreccio la storia vera di un mio amico giornalista. Lui lavorava per un noto quotidiano della sera napoletano e s’innamorò pazzamente della nipote di un noto contrabbandiere (Zanza ndr). Per coronare il loro amore furono costretti a scappare e andare a vivere in Grecia. La frase a conclusione del romanzo è l’emblema del significato della vita: nulla è per sempre, tutto può cambia e bisogna fare di ogni punto di arrivo un punto di partenza. Un pensiero di cui bisognerebbe rendersi conto.

Cosa ti ha spinto a intervenire nelle scuole?

Io ho sempre lavorato nelle scuole. Già dal 1984 – 85, quando nacque il movimento anticamorra degli studenti ed io fui incaricato di visitare le scuole. Solo in quegli anni ne ho visitate un centinaio, invitato da consiglieri regionali sia di destra che di sinistra o centro. Si trattava del movimento anticamorra che nato sulla scia degli omicidi degli anni 80. Da quel momento non ho più smesso di frequentare le scuole e le università perché ritengo che sia il dovere di un giornalista di lungo corso quello di raccontare la propria esperienza.

Cosa cerchi di trasmettere agli studenti?

Ai ragazzi più giovani cerco di trasmettere il piacere della lettura. La vita del libro è piena di soddisfazioni, sia per chi scrive sia per chi legge. Ricordo sempre una frase che mi disse Umberto Eco: «Chi legge vive 100 vite» e io ne ho vissute mille. Cerco di trasmettere il valore della cultura come leva per allontanarsi da una vita di criminalità, violenza o teppismo. Erroneamente si definiscono camorristi molti giovani che in realtà sono solo teppisti scontenti socialmente di se stessi e che invece di imitare il meglio imitano il peggio. Saviano sbaglia identificando i teppisti con le paranze della camorra: un termine utilizzato per i contrabbandieri. Sia io che Siani scrivemmo dei moschilli più di trent’anni fa e se Saviano avesse studiato di più, non scriverebbe tante inesattezze nei suoi romanzi.

E cosa consigli a chi invece vuole intraprendere la carriera di giornalista?

Di solito io non dò consigli, ma porto la mia esperienza. Condivido con gli studenti ciò che mi è stato insegnato. Credo che se oggi io sia un bravo giornalista, è perché ho avuto dei grandi maestri, anche con idee molto diverse dalle mie. Il modello che mi hanno insegnato è quello della correttezza e della semplicità. Non si devono avere remore nel raccontare ma rispetto. Bisogna essere garantisti e non speculare, gli aspetti pruriginosi non mi sono mai piaciuti. Un giornalista deve essere colto, deve sapere di non sapere e quindi aggiornarsi continuamente, leggere tanto, anche quello che scrivono gli altri. Deve essere modesto perché “nessuno nasce imparato” e poi capire chi è bravo e attaccarsi ai suoi fondelli con i denti per carpirne i segreti.

Alla nostra intervista è seguito l’incontro con gli studenti dell’Isis, dove Vito Faenza si è dimostrato un autore fuori dal comune riuscendo ad appassionare la platea con i suoi racconti professionali ma anche con la sua ironia.

Print Friendly, PDF & Email