Intercultura e pandemia: il bilancio della onlus e le sfide da affrontare

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La sfida maggiore oggi, nonostante le avversità, è quella di continuare ad aprirsi alle diversità”, a dichiaralo è Andrea Franzoi, Segretario Generale di Intercultura onlus dal 2017. Trentino, classe 1979, Franzoi laureato in Scienze Politiche, ex borsista in passato, ha vissuto anche lui in prima persona l’esperienza dell’anno all’estero.

Di cosa si occupa Intercultura?

«Intercultura è un’associazione di volontariato che ha settantasei anni il prossimo 18 dicembre 2021, anno della fondazione in Italia. Si occupa di promuovere il dialogo interculturale e la pace attraverso gli scambi scolastici internazionali. Più di 5000 sono i soci e più di 3000 quelli attivi».

Prima della pandemia quanti erano gli studenti in partenza?

«Nel 2019, l’ultimo anno prima della pandemia, sono partiti 2100 ragazzi delle scuole superiori, di cui 1300 per un programma annuale all’estero e più del 75% di studenti con una borsa di studio parziale o totale, con una varietà di destinazioni incredibile».

Un numero ragguardevole che dimostra quanto la vostra associazione sia accreditata su tutto il territorio nazionale. Qual è l’impatto sociale delle attività che la vostra associazione propone?

«Intercultura ha chiesto alla Human Foundation, di valutare l’impatto sociale delle sue attività, quello che viene normalmente definito il Social Return On Investment (SROI).
Lo ha fatto per avere una valutazione esterna ed indipendente del suo operato che offra spunti per migliorarlo. I risultati offrono un quadro ampiamente positivo dell’Associazione e della Fondazione che portano lo stesso nome e sostiene – al di là di ogni più favorevole aspettativa – che “per ogni euro investito nelle attività del programma di invio di Intercultura, sono stati generati 3,13 euro di beneficio sociale”».

Cosa è successo con la pandemia?
«All’inizio del 2020 le avvisaglie le abbiamo registrate immediatamente poiché avevamo più di 100 studenti in Cina e ci siamo dovuti occupare del loro rimpatrio. Lo abbiamo fatto con successo seppur tra mille difficoltà e lo studente Niccolò è un po’ il simbolo di quella situazione, poiché si è trovato a Wuhan per caso in vacanza con i genitori ospitanti ed è rimasto bloccato finché non siamo riusciti a riportarlo a casa.
Quello che sembrava un’epidemia solo cinese è diventata una pandemia e abbiamo dovuto far rientrare complessivamente 1500 studenti da tutti i Paesi del mondo e far evacuare i poco meno di 500 studenti stranieri che erano ospitati dalle famiglie italiane. È stata davvero una cosa complessa e difficile, che però ha mostrato la sinergica collaborazione che c’è tra lo staff e i volontari; in primis con il Ministero degli Esteri, la Farnesina e l’unità di crisi, che ci hanno davvero sostenuto ed aiutato in questa difficile operazione che ci è costato anche tantissimi soldi».
Qual è la situazione attuale?
«Naturalmente la pandemia ha ridotto e poi annullato la mobilità e questo ci ha investito totalmente, quest’anno sarebbero dovuti partire più di 2400 studenti e invece ce ne sono 383 all’estero (per lo più in Europa) e altri 200 pronti a partire. Poco meno di 200 studenti stranieri invece, saranno ospitati in Italia.
Un risultato significativo rispetto al momento che stiamo vivendo, raggiunto senza forzare la mano, infatti gli iscritti al concorso sono stati più di tremila con solo il 30% in meno, cosa prevedibile e oltretutto necessaria per garantire ai ragazzi coinvolti un’esperienza in sicurezza.
Ciò vuol dire che nonostante i grandi limiti a cui siamo tutti sottoposti, molti giovani e famiglie non rinunciano, ora più che mai, alla possibilità di aprirsi al mondo».
Quali sono le prospettive?
«Siamo positivi e fiduciosi, certi che questa crisi pandemica si risolverà. La situazione rimane complessa e delicata, ancora difficile, ci vorranno almeno due o tre anni per tornare alla completa normalità. Ma siamo sicuri che l’idea dello scambio, del dialogo tra persone in presenza, tornerà e continuerà ad essere più importante in futuro, soprattutto dopo aver sperimentato i diversi lockdown e l’isolamento che ne è derivato.
Quando a Roma abbiamo accolto i primi studenti stranieri all’aeroporto, vedere questi giovani entusiasti e anche un po› spaventati, arrivare in un altro Paese consapevoli della situazione, è stata la conferma che bisogna continuare in questa direzione.
È questa dimensione umana che ci dà forza, speranza e fiducia nel futuro».

di Fernanda Esposito

TRATTO DAL MAGAZINE INFORMARE N° 215
MARZO 2021

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