Ardua la vita nell’era dei social. È sufficiente un “down” su Instagram a generare il panico fra i maniaci della condivisione, perché se non si condivide ogni attimo della propria vita potrebbe sopraggiungere il lecito dubbio di non averlo vissuto affatto.

E si sta, soli, sul cuor della terra, ad aggiornare in maniera ossessiva la home della piattaforma intoppata di turno. Ma non ci si accorge se è sera o meno, gli occhi non si staccano dallo schermo.

Danni e beffe di Instagram

Giorni e giorni di impegno e dedizione per raggiungere un numero accettabile di seguaci, che siano amati, odiati o sconosciuti, poco importa. Serate trascorse a lasciare cuoricini a foto che, diciamocelo, facevano oggettivamente schifo, con il solo fine di avere il favore ricambiato a tempo debito.

E adesso Instagram cosa fa? Un esperimento. Su di noi. Quasi come se fossimo topi da laboratorio. Quasi come se fossimo cavie su cui testare i livelli di assuefazione ad una delle droghe più subdole della storia.

L’animale sociale

Sembrerebbe, infatti, essere insorta fra gli psicologi, una certa preoccupazione: relazioni sociali sempre più ridotte, comunicazione assente (quella dal vivo, s’intende). La vita che si riduce ad una parola: popolarità.

E se verba volant, likes manent. Quindi, quale miglior parametro scientifico per stabilire i livelli di importanza di una persona se non un numerino sotto un’insulsa foto pubblicata su Instagram? E guai a non raggiungere una cifra esorbitante: ne va della propria autostima.

Neanche il sole è al centro

Da questa considerazione l’idea, l’illuminazione: nessuno potrà più visualizzare il numero di likes lasciati ad un post (a meno che non l’abbia postato lui stesso). Tentativo di mitigare il senso di inadeguatezza provato da chi, con i social, proprio non ci sa fare, ma anche di fare in modo che gli utenti riescano a focalizzarsi sul contenuto in sé.

In parole povere, non solo gli utenti non potranno più mostrare al mondo quanto piacciono al mondo stesso, ma non sapranno neanche cosa piace al mondo.

E forse, per la prima volta nella storia della tecnologia, saranno indotti a pensare con la propria testa.

E gli psicologi ne trarranno beneficio.

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