Se l’insegnamento avesse un volto, avrebbe senz’altro quello di Maria Franco, docente di italiano nel carcere minorile di Nisida da oltre trent’anni. Penetranti occhi azzurri dietro fini e rotonde lenti, una voce delicata ma decisa e quelle rughe di chi ne sa più di te.  Nel 2017 è stata insignita del prestigioso Italian Teacher Prize, un riconoscimento riservato ai migliori insegnanti di Italia. L’abbiamo intervistata per sapere di più sulla sua lunga carriera dedicata a trasmettere sani valori a giovani e giovanissimi che si trovano a delinquere.

Cosa vuol dire per lei insegnare a Nisida?
«Io non sono un’insegnante dolce, non credo nei rapporti edulcorati. Credo nei rapporti onesti e sinceri in cui si riconosce all’altro una maturità. I ragazzi che ho davanti hanno delle esperienze esistenziali molto più forti delle mie. Conoscono la strada, la sopravvivenza. Io cerco di soddisfare la loro profonda esigenza di essere riconosciuti come persone, di essere considerati nelle loro problematiche, nel loro dolore. Cerco di far comprendere che prima di far male alla società fanno male a loro stessi, che sprecano gli anni migliori della loro gioventù, che stanno accumulando esperienze che distruggono l’esistenza».

Come si realizza tutto ciò? Come si tira fuori il meglio da ogni ragazzo?
«Bisogna creare situazioni in cui possano sperimentare loro stessi in positivo. Devono capire che sono in grado di fare il buon disegno, il bel dipinto o la buona pizza. Per tirare il meglio di ogni ragazzo è necessario essere indiretti: un ragazzo non lo puoi spogliare, gli devi dare lo spazio e il tempo in cui lui maturi la fiducia di raccontare a te come se raccontasse a sé. La scrittura, ad esempio, è un modo per tirare fuori ciò che si ha dentro. Difatti abbiamo realizzato un progetto di scrittura in collaborazione con alcuni autori, i quali rielaboravano quanto il ragazzo scriveva sulla base di un tema assegnato. Oggi dopo otto anni e otto pubblicazioni di racconti, siamo arrivati alla stesura di un romanzo, una storia unitaria in cui ogni ragazzo si può riconoscere e rispecchiare. In questo modo puntiamo a far sviluppare quel senso critico e quella capacità di scelta che inizialmente non hanno».

Qual è la causa di una delinquenza sempre più dilagante e come giudica il ruolo della scuola in tal senso?
«La politica non attrezza il territorio in modo tale che si prevenga. Nel momento in cui questi ragazzi finiscono nel carcere, già ci si trova su una linea di irreversibilità. I ragazzi nelle periferie partono male non per loro colpa, ma per il contesto in cui nascono. Allo stesso modo una volta usciti dal carcere, non sempre la scelta è possibile. Spesso si torna nella situazione di partenza e lì c’è da affrontare un forte tasso di solitudine per poter prendere definitivamente le distanze da quella realtà. Credo che se la situazione non è ancor più degenerata è anche grazie ad insegnanti coraggiosi che ogni giorno senza risorse e in strutture fatiscenti continuano a fare il loro lavoro con passione e sacrificio».

Cosa ha significato per lei vincere l’Italian Teacher Prize?
«Sono stata felice che sia stato riconosciuto il lavoro della scuola in carcere. È stato un bel segnale, soprattutto in un momento in cui alla scuola si danno tante responsabilità tecniche, verso quella scuola azienda che deve produrre un certo tipo di studente».

In questi oltre trent’anni di carriera quali sono state le sue vittorie e le sue sconfitte? Ricorda un momento particolarmente segnante?
«Nella mia professione le sconfitte sono molto più frequenti delle vittorie. In realtà ogni giorno si vivono momenti belli e altri pessimi. Il positivo lo si vive ogni volta che un ragazzo mostra una crescita della sua coscienza. Invece, ciò che è più sconfortante è vedere un ragazzo che vorrebbe fare un’altra vita ma che si vede costretto a riprendere quella vecchia strada. Ovviamente le vittorie sono quelle che ti danno respiro, quelle che ti fanno sperare che ogni ragazzo può cambiare. Anche io sono cambiata molto. Ho conosciuto il dolore sociale, non in termini teorici. Questo ha smussato angoli del mio carattere. Uno dei momenti più importanti per me in questi anni è stato quando sono andata a mangiare in una pizzeria in cui lavorava un ragazzo uscito da Nisida e che era riuscito a cambiare vita. La pizza non me la fece pagare. Ho riflettuto che era un gesto non tanto di gratitudine ma più per dimostrare, a me e a se stesso, che fosse in grado di instaurare un rapporto alla pari. Era un modo per affermare il riprendersi della sua vita».

di Fulvio Mele

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018

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Fulvio Mele ventiduenne, giornalista pubblicista da marzo 2016 e vicedirettore di Informare. Diplomatosi al Liceo Scientifico "R. Caccioppoli" di Napoli. Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II di Napoli. "Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta aprendola dall'interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha; credo che essere giornalista sia uno stile di vita"