Inizia il processo sulla discarica di Chiaiano a Napoli

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Foto Viviana Graniero - Napoli Today

Tonnellate di rifiuti sversati senza regole, intreccio tra clan, imprese e pezzi dello Stato. Sullo sfondo, l’enorme business della ‘monnezza’ a Napoli: il processo per la discarica di Chiaiano inizia a 12 anni dalla decisione di fare della cava nell’area Nord uno sversatoio per arginare l’emergenza spazzatura in città. A rappresentare la pubblica accusa ci sarà il pm che quell’indagine aveva coordinato, Antonello Ardituro, rientrato in sede a Napoli dopo i quattro anni trascorsi al Csm.

Ci sono storie che più di altre raccontano di accordi sotterranei, di alleanze spurie, di misteri mai sufficientemente indagati. Storie che talvolta si trasformano in processi ma alle quali manca anche il parziale accertamento giudiziario, dimenticate negli archivi dei Tribunali, abbandonate all’oblio e al trascorrere del tempo. Storie di verità nascoste e di giustizia negata, in cui nulla c’entra la prescrizione – lontanissima – ma molto la burocrazia delle sopravvenienze e delle iscrizioni a ruolo. Ricordate Chiaiano? È lecito che molti rispondano che no, non sanno cos’è Chiaiano. O che lo sapevano e che l’hanno dimenticato perché così tanto è il tempo trascorso da quei fatti da giustificare la mancanza di ricordo. Ebbene, la storia di Chiaiano e della sua discarica, della mancata bonifica e dell’inquinamento strisciante provocato da lavori raffazzonati e superpagati, della collusione tra pezzi dello Stato, imprenditoria nera e camorra che spara, è una di quelle che invece raccontano un pezzo d’Italia, un pezzo di Mezzogiorno, la criminale gestione del ciclo dei rifiuti: ieri in Campania, oggi nel resto del Paese.

È iniziata almeno dodici anni fa. È diventata fatto giudiziario tra il 2008 e il 2011; inchiesta tra il 2011 e il 2013; ordinanze di custodia cautelare cinque anni fa; rinvio a giudizio quattro anni fa. E il processo? Smembrato in due tronconi, uno incardinato a Napoli, un altro a Santa Maria Capua Vetere. Il primo, salvo rinvii, inizierà questa mattina. Dell’altro, che vede imputato il capo dell’organizzazione, non si hanno notizie. Stamattina, dunque, la prima udienza a carico di alcuni dei fratelli Carandente Tartaglia e dei responsabili della Ibi Idroiampianti, l’impresa che era nel cuore di Fibe-Fisia. A rappresentare la pubblica accusa ci sarà il pm che quell’indagine aveva coordinato, Antonello Ardituro, rientrato in sede a Napoli dopo i quattro anni trascorsi al Csm. E che riprenderà il lavoro esattamente dal punto in cui l’aveva lasciato, senza che nulla nel frattempo sia accaduto. Cioè, mentre alcuni dei comprimari di quella vicenda hanno preso il posto degli attuali imputati continuando a gestire movimento terra e trasporto dei rifiuti esattamente come prima. Con o senza l’intesa diretta ed esplicita dei Casalesi e della della famiglia Zagaria, che della vicenda Chiaiano (ma in realtà di tutta la seconda emergenza rifiuti) erano i dominus.

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Il processo per la discarica di Chiaiano
Dunque, il processo. Una decina le persone a giudizio (tra le quali i fratelli di Giuseppe Carandente Tartaglia) per reati che vanno dall’associazione mafiosa alla frode nelle pubbliche forniture e a numerose violazioni ambientali. Sullo sfondo, la gestione dell’emergenza rifiuti del 2007/2008 e i rapporti organici, strutturali, di cartello tra la potentissima holding criminale del Casertano e gli alleati Mallardo di Giugliano e Polverino di Marano-Quarto. Capofila è la famiglia di Giuseppe Carandente Tartaglia (imputato dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere), che ha gestito il trasporto dei rifiuti – anche quelli stoccati ad Acerra – attraverso il consorzio Cgte, sede legale a Caserta e diramazioni in tutta la Campania. La proprietà del Cgte è costituita da quattro imprese: Ecosistem 2001, Educar di Franco Carandente Tartaglia &C., Edil Car e Cete, che a sua volta raccoglie una trentina di ditte, buona parte delle quali inserite nella black list della Procura antimafia.

Dell’elenco fa parte la Over Line, impresa da dodici milioni di euro sequestrata ai fratelli Paolo, Raffaele e Antonio Fontana, uomini di Casapesenna legati a filo doppio alla famiglia Zagaria. Il nome di Raffaele Fontana, socio del consorzio Cite di Salerno, è comparso nelle ultime settimane negli atti dell’inchiesta – appena avviata dalla Dra di Napoli – per l’appalto dello smaltimento dei rifiuti a Caserta. La ditta Fontana, priva del nulla osta antimafia, nel 2008 era entrata nel Consorzio Universal 2, che operava con la missione tecnico-operativa di Guido Bertolaso.

Ma il processo “Chiaiano”, a cui l’ultima relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti dedica un intero capitolo, racconta tante altre cose. Per esempio, il ruolo centrale di Giuseppe Carandente Tartaglia nei rapporti con Fibe-Fisia ( e quindi con il commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti), che aveva affidato a una delle sue società – la Edil Car – decine e decine di commesse (ne sono state documentate 63) per attività di trasporto, di predisposizione di piazzole, di realizzazione di attività connesse alla gestione dei rifiuti. Socio di fatto di Pasquale Zagaria, fratello del capoclan Michele (arrestato nel 2011 dopo sedici anni di latitanza, condannato all’ergastolo in via definitiva, detenuto al 41 bis), camorrista a sua volta (pure lui detenuto al 41 bis ma ormai prossimo alla scarcerazione) Carandente gestiva il comparto in vece della camorra. Trattando direttamente con le istituzioni.

Negli atti dell’inchiesta, in virtù di rapporti antichissimi con uomini dei clan Mallardo, Nuvoletta, Polverino e di quelli più recenti con la famiglia Zagaria, viene descritto come un camorrista a tutto tondo, uomo di mezzo tra Stato e organizzazioni mafiose e mente strategica della pianificazione della seconda emergenza rifiuti, costruita a tavolino e gestita da lui e Pasquale Zagaria con largo anticipo, attraverso l’acquisizione (in tempi non sospetti e senza che ci fosse neppure il sentore di una nuova e drammatica crisi del comparto) di terreni, cave e impianti da destinare allo stoccaggio e allo smaltimento. A lui rispondevano gli altri imputati che compariranno oggi in aula. Tra i vari capi d’imputazione, tutti aggravati dal favoreggiamento dell’organizzazione camorristica, la realizzazione e la gestione criminali dell’impianto di Chiaiano, oggetto di proteste di piazze e durissime (ma all’epoca inutili) contestazioni da parte di cittadini e ambientalisti.

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Foto Viviana Graniero – Napoli Today

Rifiuti sversati senza regole
Sconcertanti le modalità di allestimento della discarica accertate dai periti durante le indagini preliminari: impermeabilizzazione non a regola d’arte, argilla in quantità e qualità non adeguata, estratta abusivamente da una cava non autorizzata in località Parapoti Torello di Montecorvino Pigliano (in provincia di Salerno), stoccaggio del materiale nella discarica abusiva di Giugliano di proprietà dei fratelli Carandente, addensamento e compattazione inadeguati, materassino isolante mancante per larghi tratti. I rifiuti, in sostanza, erano a contatto quasi diretto con la terra. E gli impianti di captazione del biogas? Taroccati. E i collaudi? Ovviamente truccati. Scriveva il gip nell’ordinanza cautelare che la famiglia Carandente, che aveva ottenuto da Fibe-Fisia il subappalto per la realizzazione e la gestione del sito di Chiaiano, che in realtà era stata creata una vera e propria discarica abusiva, cabina di regia di “un ingente traffico di rifiuti generato da qualsiasi lavoro ottenuto in appalto dalla Edilcar o da suoi danti causa, permettendo ai suoi titolari guadagni e profitti illeciti doppi”. Sulla pelle dei cittadini, sottoposti allo stillicidio dei veleni malamente interrati, sino a ora privati della verità su quella storia e, ovviamente, di giustizia.

di Rosaria Capacchione

Tratto da Napoli Fanpage

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