Informare chiama Europa – Le voci dalla Spagna e dalla Francia

Testimonianza dirette da chi vive e lavora nei diversi paesi europei ai tempi del coronavirus

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I contagi da coronavirus ormai sono diffusi in tutta Europa. Ogni nazione, più o meno massivamente, sta mettendo in atto manovre economiche e sanitarie per limitare le conseguenze dell’infezione ma manca una coesione d’interventi guidati dall’Unione. Abbiamo raccolto testimonianze di vive e lavora nei diversi paesi europei per fare il punto su cosa accade realmente fuori dal Parlamento Europeo.

Spagna

Davide è l’esempio di cittadino del mondo: passaporto italiano, vive da anni a Barcellona e lavora sulle navi da crociera. Lui e la sua famiglia erano già lontani dalla Spagna al momento del lockdown. Davide, imbarcato negli USA, è stato letteralmente deportato in Italia e messo in quarantena. 11 giorni di navigazione senza sosta prima di approdare a Savona e venir trasferito a casa della madre a Napoli. Sua moglie peruviana e i suoi figli sono a Lima, dove di solito trascorrono l’inverno. Tra 2 giorni finirà il periodo di quarantena ma Davide non potrà comunque rientrare in Spagna né tantomeno ricongiungersi alla famiglia.

La situazione in Spagna al momento è molto preoccupante. Al 1° aprile, il paese supera i 100mila casi di Covid-19, con 7.719 nuovi contagi confermati in un giorno. Mentre sono 864 decessi nelle ultime 24 ore. Un dato che registra per il quinto giorno consecutivo una cifra superiore a 800. Dall’inizio dell’epidemia sono morte 9.053 persone. I contagi sono in tutto 102.136, secondo i dati del ministero della Sanità a Madrid.

Il sovraffollamento ospedaliero e la carenza di attrezzature sanitarie da troppi giorni raccontate dai media sono confermate da Davide che accusa il sistema sanitario di non essere di pari livello in tutto il paese e non parimente distribuito per concentrazione. Ne esce il racconto di una sanità impreparata vittima di un governo in terribile ritardo. Infatti, risalgono a soli 15 giorni fa la dichiarazione d’emergenza e le conseguenti misure restrittive a fronte di un’impennata di contagi già in corso.

Più fiducia, invece, Davide la ripone nella gestione economica di breve tempo tra divieto di licenziamento, sospensione dei mutui e tasse. Misure queste che gli permetteranno di affrontare più serenamente il lockdown.

Ma cosa accadrà quando la pandemia sarà passata e bisognerà fare i conti con un’economia in forte defict? «Da soli non ci si salva» mi risponde Davide accusando l’assenza di coesione dell’Unione Europea. L’Unione, secondo lui, non è in grado di fornire risposte adeguate a ogni membro perché troppo bloccata dai suoi stessi parametri per reagire adeguatamente e tempestivamente. Davide auspica che la crisi faccia capire ai membri dell’Unione quali siano i reali bisogni dei cittadini europei. In particolare fa riferimento alla necessità di maggiore libertà economica per i singoli paesi, meno giochi d’alta finanza a discapito delle persone e di conseguenza una politica più incentrata sull’uomo.

 

Francia

 Di parere totalmente diverso è Alessandra, traduttrice residente a Parigi sin dalla laurea in lingue. La percezione in Francia è che l’Europa sia forte, coesa  e che stia affrontando l’epidemia nel migliore dei modi e che le conseguenze nell’economia reale saranno ben gestite. I media sottolineano come la Germania stia aiutando la Francia a gestire i ricoverati mentre dice di ignorare totalmente la possibilità di fratture nell’Unione Europea.

Anche la sanità pertanto sembra non avere grossi problemi.

I Francesi sembrano essere soddisfatti anche delle misure economiche messe in atto. Sono stati garantiti, infatti, stipendi agli impiegati pubblici, privati e rimborsi ai commercianti costretti alla chiusura. Sono invece i liberi professionisti o le imprese unipersonali ad attendere ancora di essere inseriti negli aiuti economici. Per il futuro bisognerà solo far ripartire l’economia il più velocemente possibile.

di Maria Rosaria Race

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