Informare chiama Europa- Le voci da Ungheria e Polonia

Testimonianza dirette da chi vive e lavora nei diversi paesi europei ai tempi del coronavirus

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«Ciao Kasia, ti avevo detto che un giorno ti avrei intervistato» comincia così la video chiamata con la geologa polacca residente a Budapest, Ungheria. Lei ride ma si nota che, anche per lei, si tratta di un periodo difficile. La lontananza dalla famiglia e la reclusione stanno mettendo a dura prova i suoi nervi.

Ungheria

In Ungheria finora sono stati certificati soltanto 447 contagiati da coronavirus, 15 è il numero delle vittime. Però c’è ragione di credere che i dati reali potrebbero essere molto più alti, anche 15 volte superiori. Kasia mi racconta che il servizio sanitario del paese versa in condizioni terribili da sempre e che se i contagi si diffondessero come in altri paesi ci si troverebbe ad assistere a una catastrofe. A oggi, sono stati realizzati poco più di 13 mila in tutta l’Ungheria. Negli ospedali mancano tute, guanti e mascherine protettive, e ci sono soltanto 2560 apparecchi di respirazione, in tutto il Paese.

Pe fronteggiare la pandemia, anche in Ungheria sono state prese misure restrittive. Dalla chiusura del paese al lavoro da case sono circa le stesse che si possono costatare in tutti i paesi colpiti dal virus. Ma non mancano alcune eccezioni. Per esempio è permesso uscire entro mezzogiorno solo agli over 60, tutti gli altri possono uscire dalle loro abitazioni entro le 15. Una strategia che permetterebbe di tenere distanti le categorie di cittadini più a rischio contagio. Altra differenza riguarda i negozi. Infatti, restano tutti aperti indipendentemente dalla tipologia di merce venduta. Questo sistema permetterebbe di non azzerare completamente i consumi.

Tutte misure ben accette dei cittadini che comprendono i rischi del contagio. Infatti, i sondaggi danno il 70% della soddisfazione sulle misure adottate. Ciò invece che rimane invariato è la frattura generazionale provocata dalle politiche di Orbàn. Kasia sottolinea che il partito Fidesz è principalmente sostenuto da cittadini avanti con gli anni, che sono la maggior parte in Ungheria. Mentre la sua popolarità decresce con il diminuire dell’età dei votanti. Allo stesso tempo ciò che per giovani europei sembra un golpe, una dittatura e l’approfittarsi dell’incertezza, per molti ungheresi non è altro che un passo dovuto. Stiamo parlando ovviamente della conquista dei pieni poteri da parte del primo ministro ungherese Viktor Orbàn. Una misura questa, che nell’immediato prevede la militarizzazione del Paese e delle industrie, limitazione della libertà di stampa, carta bianca su ogni decisione presa dalla maggioranza fino alla fine della crisi. In poche parole a tempo indeterminato.

Kasia sintetizza in una sola parola “controllo” per assicurarsi di non perdere la posizione acquisita.

E l’Europa dov’è? «Se la tua casa brucia, non vedrai la casa del tuo vicino che crolla». Tutta l’Europa sta affrontando un momento difficile e ogni stato è concentrato su cosa stia accadendo sul suo territorio. Ciò che preoccupa Kasia è il post virus. La paura dell’altro, la diffidenza e la distanza sociale non si supereranno facilmente.

Polonia

 Anche il Paese di origine di Kasia, dove tutt’oggi risiede la sua famiglia, sta affrontando la pandemia. La Polonia è uno dei primi Paesi europei ad aver emanato misure straordinarie per contrastare la diffusione. Al momento in cui scrivo, la Polonia conta circa 2.500 casi di contagio con una mortalità di sole 20 persone. Casi molto contenuti se confrontati con il resto dell’Europa. Se il coronavirus sembra non ave fatto molte vittime in vite umane secondo Kasia, vittima d’eccezione è invece la democrazia. Infatti, il presidente uscente Andrzej Duda è riuscito ad assicurarsi la rielezione alle presidenziali del 10 maggio prossimo. Un cambiamento improvviso e illegale della legge elettorale associato alla paura di contagio degli aventi diritto di voto stanno rendendo le prossime elezioni anticostituzionali. Ma Kasia ha piena fiducia nel suo popolo: gli under 60 costretti sotto ricatto a recarsi alle urne con il rischio di contagio non la daranno vinta al presidente. «I Polacchi non sono stupidi» sottolinea, «se non c’è un’emergenza tale da posticipare le elezioni, non c’è neanche per cambiare la legge elettorale a meno di un mese dalle elezioni». Come in Ungheria, anche in Polonia la pandemia è il pretesto per non perdere il potere.

di Maria Rosaria Race

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