Le infiltrazioni mafiose negli Enti locali e il controllo della res pubblica

La piazza di Brescello, il paese di Peppone e Don Camillo

Il Consiglio dei Ministri, nella seduta di venerdì 16 marzo 2018, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, a norma dell’articolo 143 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (TUEL), ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Mattinata (FG), nel quale sono state accertate forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata, che esponevano l’amministrazione a pressanti condizionamenti, compromettendone l’imparzialità.

Questo, l’ennesimo provvedimento adottato dal nostro Governo per arginare il tentativo da parte delle consorterie mafiose di non permettere l’autodeterminazione delle amministrazioni comunali che è stato preceduto già da altri deliberati dall’inizio anno. Gli altri provvedimenti, hanno riguardato i comuni di Cirò Marina (Crotone), di San Gennaro Vesuviano (Napoli, già sciolto in passato in altre due occasioni), di Scilla (Reggio Calabria). Lo studio di tale fenomeno mi rimanda senza indugio alla considerazione dell’enormità dei flussi di danaro che le mafie sono capaci di generare e gestire, (le organizzazioni mafiose hanno fatturati di svariati miliardi l’anno) e che sempre di più sembrano essere investite in appalti pubblici banditi dalle amministrazioni pubbliche.

Il loro obiettivo è il controllo del settore pubblico che può avvenire ora con un loro rappresentante politico dopo attraverso la corruzione di funzionari organici ai gangli dei colletti bianchi che non è sbagliato rinominare “colletti sporchi”. In Italia, tuttavia abbiamo una normativa che dal 1991 ha evitato in “maniera preventiva” che le mafie prendessero il completo dominio di numerose amministrazioni comunali sia del Sud che del nord del Paese.

Tale normativa a garanzia del corretto funzionamenti degli enti locali a fronte del pericolo delle infiltrazioni mafiose era già descritta dall’art. 15 bis della L. 19 marzo del 1990, n.55 (introdotto dall’art. 1 del D.L. 31 maggio 1991 n. 164 , convertito con L. 22 Luglio 191 n. 221, e poi modificato dall’art.1 della L. 11 gennaio 1994 n. 108) che prevedeva lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali quando «[…] emergono elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi alle stesse affidati ovvero che risultano tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica».

Lo strumento si è mostrato un valido dispositivo di contrasto delle infiltrazioni e dei condizionamenti mafiosi perché permetteva di intervenire anche dove era impossibile per la Magistratura, non richiedendo né la prova di commissioni di reati né che risultassero da prove inconfutabili collegamenti tra le amministrazioni e le organizzazioni criminali. Oltre allo scioglimento o all’archiviazione del relativo decreto, dalla stessa relazione della Commissione parlamentare antimafia è emersa una anche “terza via”: ovvero si ipotizza perciò il ricorso ad una “commissione di affiancamento che accompagni l’ente nel suo percorso di risanamento e faciliti l’adozione di tutte le misure idonee” come, ad esempio, “il controllo di legittimità degli atti, l’annullamento delle procedure di spesa viziate da gravi irregolarità, la mobilità obbligatoria presso altro ente dei dipendenti coinvolti o i provvedimenti urgenti di sospensione nelle more dell’adozione di provvedimenti disciplinari”. Non solo scioglimenti… ma anche decreti che sono stati annullati dalla magistratura amministrativa come nel caso del comune di Bordighera, ad esempio, il Consiglio di Stato (sentenza n. 126 del 2013), riformando la sentenza del Tar, evidenzia le differenti conclusioni a cui giungono la relazione del prefetto e la proposta ministeriale, senza che quest’ultima fornisca motivazioni ulteriori e valide a supporto della presenza di infiltrazioni della criminalità organizzata e di un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi amministrativi; in quel caso anche gli atti di intimidazione subiti da due assessori per il rilascio di un’autorizzazione all’apertura di una casa giochi, peraltro esclusi in sede penale, non trovano riscontro in un corrispondente provvedimento da parte dell’amministrazione comunale. Con riferimento al comune di Amantea, il Consiglio di Stato (anche in questo caso in difformità all’orientamento del Tar) osserva che gli elementi raccolti non sono univoci e non dimostrano il collegamento o condizionamento mafioso; inoltre non emergono provvedimenti illegittimi nè sono adeguatamente valutati gli atti posti in essere dalla nuova Amministrazione comunale in netta inversione di tendenza rispetto alla precedente gestione (sentenza n. 3462 del 2010). Da ultimo, il Consiglio di Stato (riformando la decisione del Tar) ha ritenuto insufficienti gli elementi alla base dello scioglimento del comune di Ventimiglia, anche alla luce delle successive sentenze assolutorie del giudice penale del sindaco del comune in quanto in alcun modo consapevole di favorire gli interessi di alcune società legate alla ‘ndrangheta (sentenza n. 748 del 2016).

La stessa Commissione Parlamentare Antimafia, nella relazione conclusiva approvata il 7 febbraio scorso ha sottolineato: “fortissimo interesse da parte dei gruppi criminali per le risorse gestite dagli enti locali e di una strategia volta a condizionare dall’interno le singole amministrazioni, a partire da quelle dei comuni di più limitate dimensioni, al fine di indirizzarne le decisioni di spesa”; regioni ed enti locali sono “utilizzati come porta d’accesso per l’infiltrazione nella struttura amministrativa e istituzionale del Paese”: nelle motivazioni degli scioglimenti dei consigli comunali degli ultimi anni “viene evidenziata sempre più una impressionante correlazione tra presenze mafiose nelle istituzioni, investimenti pubblici in opere infrastrutturali e corruzione”, specie nelle Amministrazioni del Nord.

Ciò ha determinato un “progressivo deterioramento delle condizioni di legalità in seno a molti enti locali – prevalentemente ma non esclusivamente meridionali” che ha di pari passo emarginato per non dire del tutto eliminato il concetto di democrazia. Quella stessa democrazia che voglio ricordare come non sia un diritto, ma sia stata una conquista dei nostri antenati e che potrebbe anche venir meno in assenza di un percorso di proposte condivisibili e nel rispetto di tutti. Una condizione di vita che se vogliamo continuare ad avere necessita dell’adozione di una mentalità collettiva un po’ più rivolta al sociale ed un po’ meno all’interesse individuale e soprattutto bisogna “pretendere” che chi fa politica a qualsiasi livello debba fare esclusivamente gli interesse dei cittadini che rappresenta senza “vendersi” e o svendere il patrimonio pubblico che è chiamato ad amministrare.

E per tutto questo, credo che sia necessaria un’azione forte dello Stato per porre fine ad una dimensione di corruzione in cui affondano gli addentellati mafie e criminalità comune. Ma ai cittadini cosa si richiede?

Dobbiamo sforzarci di diventare una società con un livello accettabile di onestà in cui a fronte di una maggiore lealtà del singolo, vi deve essere una molto maggiore lealtà dello Stato in tutte le sue diramazioni. I diritti civili e la libertà personale devono essere difesi senza alcuna esitazione. Le leggi devono essere punitive e non, come ora, assurdamente preventive. Il punto non è eliminare il reato attraverso la limitazione della libertà personale di chi lo ha commesso ma si deve fare in modo che chi commette reato paghi per questo.

I cittadini che “subiscono” i commissariamenti dei consessi civici per infiltrazioni mafiose, non possono essere considerati come “i bancomat” da cui prelevare il danaro per risanare i bilanci dell’amministrazione depauperati dalla mala gestio dei governatori di turno; al contrario, siano, diventino e restino i protagonisti di un vivere dignitoso all’interno della comunità territoriale che abitano. Devono poter beneficiare dei servizi pubblici fondamentali per la loro elevazione culturale e professionale e solo così si potrà “considerare” aperta la strada per riuscire a ridare speranza al Paese ed un futuro migliore ai nostri figli.

di Antonio Di Lauro