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Incontri ravvicinati tra Carmelo Bene e i Social Network, l’intervista al Prof. Vincenzo Del Gaudio

Gianrenzo Orbassano 09/02/2022
Updated 2022/11/07 at 5:27 PM
8 Minuti per la lettura

“Noi non ci apparteniamo. E’ il mal de’ fiori. Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star inavvenir. Nel sogno che non sai che ti sognare, tutto è passato senza incominciare ‘me in quest’andar ch’è stato.”

Non potevamo che cominciare, semmai qualcosa abbia davvero inizio, con un verso de ” ‘l mal de’ fiori” di Carmelo Bene. Attore? Di più. Carmelo Bene, venuto dal “sud del sud dei Santi”, ha rivoluzionato e scandalizzato il mondo del teatro, del cinema, della televisione e della poesia.

Nel sangue v’era la Puglia, regione stregata dal morso della tarantola. C.B., così lo chiamava l’amico Gilles Deleuze, è ancora oggi un fenomeno tutto da scoprire. Non è finito nel dimenticatoio dopo la sua dipartita nel 2001, ma anzi continua ad apparire nell’immenso Internet, trovando una sua dimensione perfino sui social network: “Mi ostino a vivere perché anche da morto io continui ad essere la causa di un disordine qualsiasi”, citando C.B. che cita a sua volta un passaggio del Sade. Del ricordo di Carmelo Bene e della sua figura sui media moderni, abbiamo parlato con il Professore Vincenzo Del Gaudio, docente di Teorie e tecniche dello Spettacolo Multimediale all’Università di Salerno. Insegna Storia del Teatro e dello Spettacolo all’Università della Tuscia di Viterbo e Storia del Teatro contemporaneo all’Università eCampus.

L’intervista di Informare al Professore Vincenzo Del Gaudio: Un cortocircuito chiamato C.B.

Grazie all’esplosione dei social e di YouTube, la figura di Carmelo Bene sta trovando un nuovo spazio in cui ri-vivere. Cosa ne pensa del fenomeno C.B. in questa società delle reti?

«La figura di Carmelo Bene non è mai uscita dalla nostra cultura. Essa è andata di pari passo con la continua scoperta della sua figura da parte delle nuove generazioni. Con YouTube, sono proliferati spezzoni e opere complete di C.B., costituendo un vero e proprio archivio beniano che ha permesso l’accesso a materiali inediti o di difficile reperibilità. Poi, le culture legate alla produzione di contenuti grassroots, si sono appropriate della sua figura in modi spesso laterali e poco ortodossi. C.B. non è mai uscito dalla cultura digitale contemporanea. Spesso ha rappresentato una figura liminare usata per criticare la stessa società delle reti.

La pagina Facebook Carmelo Meme, si occupava proprio di sviluppare meme con al centro l’attore. La figura di Bene ha rappresentato e rappresenta, forse anche a rischio di banalizzazioni, un’icona pop per la nostra cultura che è rimasta nell’immaginario e si è sedimentata in modo profondo. Uno dei motivi principali di tale dinamica è da ricercare nel lavoro stesso di Bene e nel modo in cui ha costruito e gestito la propria identità pubblica. Per ciò che concerne l’opera, essa è chiaramente di natura intermediale.

C.B. ha lavorato con diverse forme mediali, spingendole ai margini, sezionando i limiti che esse avevano. Pensiamo al cinema, che oggi rappresenta una delle prime fonti di appropriazione per i meme a lui dedicati. La sua immagine pubblica è stata sicuramente veicolata e favorita dalla televisione. Da un lato troviamo Carmelo Bene che fa televisione, che produce opere di teleteatro mirabili come l’Othello o I 4 modi di morire in versi.

Dall’altro troviamo il Bene personaggio televisivo, quello che entrava nelle trasmissioni popolari come Domenica In o Macao per ripensarle dall’interno, come un virus. Nell’ultimo caso, fondamentali sono le due apparizioni al Maurizio Costanzo Show nel 1994 e 1996. In quelle due occasioni, Bene produceva una sorta di cortocircuito tra flusso televisivo, per dirla con Williams, e rottura dei canoni estetici della televisione. Al Maurizio Costanzo Show, Bene usava la televisione contro la televisione, ne decontestualizzava discorsi e contesti spingendoli verso uno spazio critico. In altri termini, rovesciava “lo splendore della Tv” per dirla con Alberto Abruzzese».

Anche nella televisione e sui social network di oggi, Carmelo Bene poteva continuare da vivo ad avere un ruolo di primo piano?

«Sono convinto che Carmelo Bene, per la sua enorme ironia, avrebbe potuto determinare nuovi modelli comunicativi anche oggi. Sono sicuro che, proprio per la sua capacità di cannibalizzare i media, C.B. avrebbe trovato nella rete un naturale spazio di espressione non tanto per ripetere le pratiche sviluppate in altre forme mediali quanto per produrne di nuove. Carmelo Bene si concentrava sulle forme mediali con una estrema accuratezza e grande consapevolezza.

Ipotizzo che, uno strumento come il podcast, a lui che aveva già rideterminato la radio, sarebbe piaciuto tantissimo così come le dirette Instragram o su Clubhouse. Non si sarebbe fatto intimorire dai media digitali, non sarebbe sceso in campo a favore dalla presunta purezza del teatro rispetto alle altre forme mediali come è accaduto più volte in questi anni nella sempiterna polemica tra teatro e media. Lui avrebbe studiato i nuovi strumenti di comunicazione come aveva sempre fatto, ovvero mettendo al centro del processo comunicativo lo spettatore, quelle che oggi si definiscono le audience».

Cosa penserebbe, secondo lei, Carmelo Bene di questo potere ormai illimitato dei social network nella nostra società attuale?

«Ne avrebbe riso, rideva di tutto, soprattutto di sé stesso. Il fondo ironico del lavoro di Bene viene veicolato addirittura dai canali ufficiali o quasi. Sulla pagina Instagram del “Centro Studi Phoné”, il primo centro studi dedicato al lavoro di Bene, ci sono un sacco di decontestualizzazioni, ridefinizioni di frasi beniane in direzione ironica e spesso dissacratoria. La capacità di Bene di creare tormentoni comunicativi oggi sarebbe stata addirittura amplificata. Non credo che avrebbe demonizzato il social network o la società nelle reti. Le avrebbe sezionate con chirurgica precisione e alla fine ne avrebbe riso con quel gusto per lo sberleffo che tanto gli si confaceva.

Poi chissà, magari in tutto quel riso uno sguardo, una frase, un movimento avrebbe dato una profondità diversa al tutto, come spesso accadeva. Era il suo corpo d’attore ad essere un medium sensibile. Oltre a quello che diceva, il senso di ciò che faceva traspariva da quel corpo che era il grande inciampo, come il teatro. “L’isostenibil mal d’essere corpo” scriveva nel “Mal de’fiori”. Quello stesso corpo che oggi è sottoposto a vettori di forze sempre diversi e differenti e che viviamo sempre più a cavallo tra esperienza online e offline. Se dovessi scommettere quindi, direi che riderebbe di noi con quella ferocia purezza e quel senso di pietas che erano parte integrante del suo stare al mondo. Ma sto diventando troppo serioso e a lui non sarebbe piaciuto».

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