Incitamento all’odio: riconoscerlo e contrastarlo

Redazione Informare 23/03/2021
Updated 2021/03/23 at 9:35 AM
4 Minuti per la lettura
Nella sua definizione generale, con l’espressione Incitamento all’odio (in inglese, Hate Speech) si intendono tutti i discorsi che stimolano ed incoraggiano alla discriminazione di una persona o di un gruppo, per motivi quali razza, genere e orientamento sessuale, religione e molto altro.  Tutti, spesso inconsapevolmente, lo pratichiamo: a volte per non curanza, disinformazione o perché magari ci troviamo di fronte ad una questione che ci coinvolge emotivamente. Per capire da cosa viene generato dobbiamo premettere che la mente umana tende perlopiù a voler avere sempre ragione. Questo meccanismo entra in atto soprattutto ogni qualvolta ci troviamo dinanzi ad una realtà diversa e lontana dalla nostra.
In queste situazioni sperimentiamo la così detta dissonanza cognitiva cioè proviamo fastidio, non accettando la circostanza che stiamo osservando. Quando però ci rendiamo conto che essa è realtà si crea un cortocircuito all’interno del nostro cervello ed iniziamo a dare opinioni su cose che non conosciamo. Le persone, stimolate da queste funzioni di base, di fatto producono stereotipi, pregiudizi e da questi anche atti discriminatori.
L’Hate Speech è così diffuso che per cercare di attenuarlo è nato un team di 180 attivisti istituito da Amnesty International (organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie in difesa dei diritti umani nel mondo) il cui compito non è solo difendere chi viene attaccato, ma trasmettere speranza alla parte che osserva e rimane in silenzio; mobilitarsi quando vengono violati dei diritti umani, trasmettendo agli altri la forza e il coraggio di alzare la testa. Un pregiudizio molto diffuso è che il fenomeno dell’Hate Speech si sia evoluto e amplificato esclusivamente a causa del mondo online, in primis, i social network. In realtà, nel mondo reale, è una componente che è stata sempre presente perché insiti sono stati gli stereotipi e pregiudizi nella storia dell’umanità. La differenza consiste nel fatto che sul digitale è cambiata innanzitutto la velocità con cui circolano le informazioni e questo riduce la capacità di approfondire di tutti noi: leggiamo un titolo e ci siamo fatti un’idea che sosteniamo e replichiamo fino in fondo. Un altro punto è la percezione dell’anonimato: gli hater, protetti dall’armatura rappresentata dai cellulari, si sentono legittimati a esprimere qualsiasi considerazione impulsiva nel mondo online.

Difendersi è sicuramente molto difficile, in tal senso è importante tener conto in primis dello stress di chi legge che potrebbe rispondere a sua volta con odio a ciò che ha difronte: si tratta di una reazione naturale, quasi istintiva. Tra le azioni più utili al fine di eliminare l’Hate Speech vi è: l’essere assertivi, cioè proporre le proprie idee senza persuadere e volendo capire i motivi che spingono l’hater a dichiarare determinate cose; dialogare, per stimolare un dubbio sulla sua verità alternativa: non è detto che ciò che dice l’altro sia sbagliato; segnalare, laddove è troppo forte l’odio e il rancore mostrato da quella persona.

Indice
Nella sua definizione generale, con l’espressione Incitamento all’odio (in inglese, Hate Speech) si intendono tutti i discorsi che stimolano ed incoraggiano alla discriminazione di una persona o di un gruppo, per motivi quali razza, genere e orientamento sessuale, religione e molto altro.  Tutti, spesso inconsapevolmente, lo pratichiamo: a volte per non curanza, disinformazione o perché magari ci troviamo di fronte ad una questione che ci coinvolge emotivamente. Per capire da cosa viene generato dobbiamo premettere che la mente umana tende perlopiù a voler avere sempre ragione. Questo meccanismo entra in atto soprattutto ogni qualvolta ci troviamo dinanzi ad una realtà diversa e lontana dalla nostra.In queste situazioni sperimentiamo la così detta dissonanza cognitiva cioè proviamo fastidio, non accettando la circostanza che stiamo osservando. Quando però ci rendiamo conto che essa è realtà si crea un cortocircuito all’interno del nostro cervello ed iniziamo a dare opinioni su cose che non conosciamo. Le persone, stimolate da queste funzioni di base, di fatto producono stereotipi, pregiudizi e da questi anche atti discriminatori.L’Hate Speech è così diffuso che per cercare di attenuarlo è nato un team di 180 attivisti istituito da Amnesty International (organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie in difesa dei diritti umani nel mondo) il cui compito non è solo difendere chi viene attaccato, ma trasmettere speranza alla parte che osserva e rimane in silenzio; mobilitarsi quando vengono violati dei diritti umani, trasmettendo agli altri la forza e il coraggio di alzare la testa. Un pregiudizio molto diffuso è che il fenomeno dell’Hate Speech si sia evoluto e amplificato esclusivamente a causa del mondo online, in primis, i social network. In realtà, nel mondo reale, è una componente che è stata sempre presente perché insiti sono stati gli stereotipi e pregiudizi nella storia dell’umanità. La differenza consiste nel fatto che sul digitale è cambiata innanzitutto la velocità con cui circolano le informazioni e questo riduce la capacità di approfondire di tutti noi: leggiamo un titolo e ci siamo fatti un’idea che sosteniamo e replichiamo fino in fondo. Un altro punto è la percezione dell’anonimato: gli hater, protetti dall’armatura rappresentata dai cellulari, si sentono legittimati a esprimere qualsiasi considerazione impulsiva nel mondo online.

Di seguito un link di accesso diretto ad una breve guida pubblicata da Amnesty International che aiuterà ad approfondire questo tema più che mai attuale e ad agire in prima persona:

https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2021/02/Amnesty-Manuale-hate-speech-2020-con-logo-1.pdf

Di Falco Palmina

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