Paolo Borrometi: «Spesso è la politica a cercare Cosa Nostra e non viceversa»

Questa storia prende vita nella Sicilia meridionale. Siamo nelle province di Ragusa e Siracusa: due aree territoriali con forte densità di presenza mafiosa. Cosa Nostra, particolarmente in queste zone, è riuscita a creare un imponente potere economico e politico, il quale si estende in diversi comuni. Negli anni, le cosche hanno proseguito ininterrottamente le loro attività illecite, nonostante i diversi arresti e le numerose operazioni delle forze dell’ordine. In questi territori ostili svolge quotidianamente il suo lavoro Paolo Borrometi, giornalista d’inchiesta e direttore de “laspia.it”. Il 10 aprile del 2018 il Gip di Catania rende pubblico il piano organizzato, ma mai realizzato, dal clan Giuliano per uccidere il giornalista, mediante autobomba.

«Ogni tanto u murticeddu ci vuole»: così affermava Salvatore Giuliano, boss dell’omonimo clan e mandante del tentato omicidio di Borrometi. Paolo ne ha vissute tante, ma ha continuato a portare avanti le proprie inchieste, facendo tremare i principali clan della zona.

Sentiamo spesso affermare che Cosa Nostra è stata sconfitta in quei territori, che lo Stato ha dato un grosso colpo alla mafia. È la verità? E se non lo è, com’è diventata Cosa Nostra oggi?
«Cosa Nostra, purtroppo, c’è ancora. Dobbiamo star attenti alla narrazione che facciamo delle mafie, Cosa Nostra è più forte di prima. Se pensiamo a quell’organizzazione che va in cerca di consenso politico ci sbagliamo di grosso, abbiamo il dovere di affermare che spesso è la politica a cercare Cosa Nostra. La mafia ha fatto impresa, ha fatto politica».

Quale può essere un esempio?
«È il caso del boss Salvatore Giuliano su Pachino (comune della provincia di Siracusa ndr). Dopo una condanna di 24 anni, passata in giudicato, esce di galera e tenta di far eleggere un sindaco a lui vicino e, successivamente, crea un’attività imprenditoriale enorme mediante dei prestanome, in quel caso figli e soggetti col volto pulito, ma a lui vicini».

Le tue inchieste hanno riguardato diversi comuni: hai appena citato Pachino, ma anche Noto e Avola. Come si muovono le famiglie dei vecchi boss in relazione alle amministrazioni comunali?
«Cercano di eleggere dei propri dipendenti, come nei casi di Avola e Vittoria, e influenzano le amministrazioni con gli investimenti. I soldi fanno molta gola ai comuni. C’è un’influenza, quindi, che passa per l’elezione di referenti e dell’investimento di capitale nelle casse comunali».

Studiando la cronaca locale si nota una sostanziale differenza tra i clan di Palermo con quelli insediati nelle province di Ragusa e Siracusa. Sembrano molto più imponenti ed aggressivi, come te lo spieghi?
«Durante il periodo stragista, nei primi anni ’90, Cosa Nostra ha visto che lo spargimento di sangue ha suscitato una forte repressione dello Stato e quindi ha cambiato strada; nel ragusano e siracusano la cosa è ben diversa. Bisogna pensare che in questi territori quelle stragi non ci furono e i clan hanno continuato la loro ideologia sanguinaria contro ogni tipo di rivolta, un esempio sono gli attacchi frontali a noi giornalisti».

Parliamo ora di un’altra tua incredibile denuncia. Hai scritto delle infiltrazioni mafiose nel mercato ortofrutticolo di Vittoria, il più grande del Sud Italia.
«È il secondo mercato ortofrutticolo più importante d’Italia. Le mafie lì hanno compreso che non conveniva a nessuno farsi la guerra, hanno collaborato tra di loro e si sono spartiti la torta, un’abbondante torta. Cosa Nostra e la Stidda (un’altra organizzazione mafiosa siciliana, ndr) gestiscono tutta la filiera che va dalla raccolta nei campi fino al confezionamento, quelli che vengono chiamati “servizi”. I Casalesi gestiscono per intero i trasporti, quindi si occupano del collegamento dei mercati di Vittoria-Fondi-Milano. La ‘ndrangheta ha un ruolo decisivo: all’interno dei camion porta la cocaina, facendosi forte dei minimi controlli a campione effettuati sui trasporti. Con questo metodo le mafie hanno fatto sì che tutti percepissero un grande guadagno».

Cosa farà Paolo Borrometi?
«Continua a scrivere. Paolo Borrometi non è un eroe, è una persona che sognava di fare il giornalista da giovane. Paolo Borrometi non è il soggetto al centro dell’omicidio che volevano organizzare, non è quello al centro di minacce e pestaggi. Paolo Borrometi è le sue inchieste».

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018

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