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INCHIESTA. Napoli-Caserta: le tratte dei braccianti

Stefano Errichelli 10/01/2023
Updated 2023/01/10 at 12:05 AM
12 Minuti per la lettura

Il caporalato è una forma di reclutamento di manovalanza del tutto illegale molto sviluppata negli ultimi tempi, complice il grande flusso di immigrati giunti nel nostro paese. Gli immigrati, spesso clandestini, sono carne da macello per gli sfruttatori che lucrano sulla speranza di un futuro migliore, di chi giunge in Italia con la voglia di rinascere, ma che troppo spesso vede naufragare il proprio sogno di vivere una vita dignitosa. La speranza frantumata nelle mani di chi lucra sulla sofferenza altrui. In Italia ad oggi secondo le ultime statistiche, si può osservare come il fenomeno del caporalato sia in crescita e non accenni a diminuire, di fatti ad oggi sono circa 230mila le persone sfruttate (Padri Comboniani – Reti del Fare), soprattutto nel settore agricolo ed edile.

«Noi prede di un sistema disumano»

Per comprendere al meglio il complesso tema dello sfruttamento, abbiamo raccolto la testimonianza di quanto accaduto ad un ragazzo ghanese, vittima di un grave infortunio sul lavoro. Questa testimonianza ci ha permesso di entrare a pieno nella realtà di chi viene sfruttato, abbiamo potuto osservare con gli occhi di chi, in prima persona, è vittima del sistema disumano del caporalato. Decidiamo di raccontarvi la storia di un giovane arrivato in Italia più di dieci anni fa, giunto qui con tante speranze per un futuro migliore.

L’approdo a Lampedusa e il successivo viaggio in Germania, dove verrà immediatamente rispedito in Italia perché sprovvisto di documenti. Da qui inizia una storia di sfruttamento ed emarginazione, Kosi una volta giunto in Italia si trasferisce a Castel Volturno, precisamente nella località di Pescopagano. Ed è proprio qui che stringe i suoi primi contatti e amicizie. «Ho iniziato a lavorare come bracciante, nel settore agricolo ed edile. La mattina dell’incidente, mi sono recato alla rotonda, come facevo ogni giorno, per poter raggiungere un campo agricolo a Mondragone. Io mi occupavo delle fragole e, con i miei colleghi, venivamo utilizzati per rimuovere le strisce di plastica traforata utilizzate per proteggere dall’erbacce la verdura lì piantata».

Le condizioni di lavoro in cui Kosi lavorava erano al limite dell’umano, sia per le modalità che per gli orari. In merito alla sua mansione ci racconta come per la rimozione delle strisce di plastica non gli venivano forniti guanti da lavoro, nonostante quella tipologia di azione comporti facilmente dei tagli profondi alle mani. «Per noi non era prevista alcuna pausa pranzo, nonostante il lavoro iniziasse alle 5:00 del mattino e terminasse alle 16:00, per una durata complessiva di 11 ore. Il lavoro si svolgeva dal lunedì al sabato; venivo pagato a cottimo e mi consegnavano €5 per ogni 4 linee di plastica rimossa. Preciso che ogni linea attraversava il campo da capo a capo per la lunghezza di varie centinaia di metri e, nonostante io e i miei colleghi braccianti lavorassimo a ritmo serrato e per tante ore, i guadagni erano veramente risicati. Nello specifico raramente riuscivamo a superare i €35, quando il più delle volte ci venivano dati €30 o addirittura €25 per tutto il lavoro svolto».

Il racconto intenso di Kosi, svela anche che per il trasporto al campo di lavoro, venivano richiesti €5 a testa, senza possibilità di sottrarsi al pagamento. I soldi, poi, venivano dati ad un suo amico che possedeva un furgone e provvedeva ad accompagnarli alla rotonda una volta terminata la giornata di lavoro. Incredibile è il fatto che, tra tutti i componenti del gruppo, precisamente cinque braccianti, nessuno conoscesse il nome del proprietario dei campi. Kosi afferma, però, di conoscere il suo caporale: un suo amico e connazionale che già in passato lo aveva adoperato presso altri contesti, nella città di Pozzuoli. Kosi, infine, ci racconta della triste mattinata in cui ha subito un grave incidente nel campo in cui lavorava.
«Quella mattina sembrava procedere come al solito, fin quando alla vista di un serpente tra le sterpaglie i miei amici ed io abbiamo iniziato a correre. Sfortunatamente sono caduto in un fosso, procurandomi una frattura della tibia e del ginocchio. Nonostante fosse presente un mio amico e collega automunito, non ho ricevuto l’autorizzazione ad allontanarmi dal campo, senza aver prima terminato il turno di lavoro».

Kosi verrà soccorso ed accompagnato presso l’ambulatorio di Emergency a Castel Volturno, solo dopo il turno di lavoro, quindi dopo numerose ore logoranti. Gli operatori di Emergency, racconta Kosi, hanno provveduto ad accompagnarlo all’ospedale. È proprio lì che ha subito l’ennesimo atto di umiliazione: «Una volta giunto in ospedale, nonostante avessi dichiarato chiaramente di essermi fatto male al lavoro, l’operatore del pronto soccorso si è rifiutato di verbalizzare chiaramente l’infortunio. Dicendo che non era possibile farlo perché non possedevo documenti e per tanto erano impossibilitati nel compilare il modulo INAIL». Un gesto che sottolinea l’emarginazione degli “ultimi”, deturpati della loro dignità, anche da chi dovrebbe tutelarli.

«Occorre fare rete, lo Stato non si tiri indietro davanti alle sue responsabilità»

In un territorio difficile ed unico nel suo genere, per la quantità e l’entità delle sue emergenze, sono poche le associazioni che si impegnano nel tutelare gli ultimi e gli emarginati. Una di queste è l’associazione “Black and White”, gestita dai padri comboniani. Abbiamo deciso di farci accompagnare nella nostra inchiesta sul caporalato da padre Daniele Moschetti e padre Filippo Ivardi Ganapini.

Il fenomeno del caporalato è un mondo vasto e pieno di sfaccettature. Per contestualizzarlo alla città di Castel Volturno, qual è il percorso che parte dall’individuazione dell’immigrato fino al lavoro nei campi?

«Per lo più le persone che vengono adoperate come manovalanza nei cantieri o nei campi vivono a Destra Volturno e Pescopagano. Frazioni emarginate, isolate dalla città e dai collegamenti principali. Complice anche l’assenza dei mezzi di trasporto che rendono più difficile il raggiungimento delle rotonde, dove immigrati aspettano che arrivi il caporale per portarli a lavoro. L’immigrato accetta la cifra pattuita prima di partire alla volta dei cantieri o campi. Esistono i caporali banchi e i caporali neri. I caporali neri sono spesso lavoratori immigrati che percepiscono una paga più alta, hanno dei contatti con i datori di lavoro e fungono da centro di collocamento, creando la squadra che verrà adoperata nei lavori. Invece, il caporale bianco è spesso il proprietario dell’azienda o un gancio molto vicino ad esso. I caporali offrono dei servizi che nessuno offre e i produttori e le aziende ne sono dipendenti: senza di loro sarebbero costretti a chiudere».

Che momento storico vive il caporalato a Castel Volturno?

«Tanti degli immigrati che risiedono a Castel Volturno partono per le stagioni di raccolte, presso località come Rosarno, terminano le stagioni e poi fanno ritorno in città. Essa rappresenta un nido per gli immigrati che ritrovano qui una disponibilità abitativa molto più favorevole alle loro economie. Castel Volturno ha bisogno di alleggerire la pressione degli immigrati, dando documenti e strutturando un piano specifico per una realtà difficile e complessa».

Il ruolo delle strutture sanitarie

Per documentarci sul tema della salute e dell’assistenza medica nei confronti degli immigrati sfruttati in ambito lavorativo, abbiamo deciso di recarci presso l’ambulatorio di Emergency di Castel Volturno. Dove abbiamo incontrato Sergio Serraino, che gestisce il centro. La sua collaborazione è stata fondamentale per comprendere al meglio il mondo del caporalato.

Gli immigrati che vengono sfruttati in ambito lavorativo, che tipologia di danni alla salute riportano e di cosa si occupa Emergency?

«Tendenzialmente i primi soggetti ad intercettare le vittime di sfruttamento lavorativo attraverso l’episodio di infortunio, sono le strutture sanitarie. Noi generalmente intercettiamo i pazienti una volta dimessi dal Pronto Soccorso. Oltre ad assisterli dal punto di vista sanitario, li informiamo della possibilità di rivolgersi a degli enti di tutela per quanto riguarda l’eventuale situazione di sfruttamento. In realtà, spesso, siamo gli unici a sapere dell’infortunio. Il nodo strategico di un’eventuale catena, che possa garantire l’emersione di situazioni di sfruttamento attraverso il caso di infortunio, sono le strutture sanitarie, i Pronto Soccorso soprattutto.

Ritengo che bisogna attivare una tipologia di codice medico per segnalare i casi di infortunio sul lavoro, dai quali possono emergere situazioni gravi. Sono tanti gli immigrati che riportano danni alla salute irreparabili, come ad esempio la mancanza di arti, tagli indelebili o più comunemente danni di natura osseo-muscolosa. Inoltre, è da evidenziare la grande quantità di persone che, a seguito del fallimento del loro progetto migratorio, cadono in gravissime forme di depressione e disturbi di natura psichica. Altri invece diventano schiavi di droghe o di alcool sempre in seguito a ritmi di lavoro estenuanti o a vari problemi legati al progetto migratorio».

Violenza anche sessuale

Con un fenomeno così ampio e forte, sono nate nel corso degli anni tante istituzioni che tutelano gli immigrati sfruttati e li conducono al percorso della denuncia.

Una di queste è la Caritas, nello specifico quella di Caserta, attraverso la persona di Gianluca Castaldi, responsabile dell’area immigrazione. Lui da anni si batte per tutelare “gli ultimi” e gli emarginati, facendoli emergere dall’illegalità.

Che momento storico vive la provincia e nello specifico la città di Castel Volturno?

«La situazione è estremamente delicata per la provincia di Caserta e Castel Volturno, perché lo sfruttamento lavorativo è visibile a tutti. Il fenomeno del caporalato viene considerato normale, perché non c’è rispetto verso chi lavora e andrebbe tutelato. Negli ultimi tempi ho accompagnato al percorso della denuncia 47 braccianti che venivano pagati 1,28€ l’ora: cose da folli e gli imprenditori vivono sulle disgrazie altrui. Tanti immigrati hanno subìto violenze sessuali di ogni genere; Ho conosciuto molte persone che avevano preso la dignità perché sottoposti a delle violenze fisiche o sessuali.
Il corpo, per gli immigrati, è l’unico modo con cui loro possono riuscire a guadagnarsi il pane, se viene violato tanti di loro cadono in gravi forme di depressione».

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