INCHIESTA. Connection house: le tante narrazioni di un luogo dove le solitudini si incontrano

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connection house
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Sulle connection house ci sono due diverse narrazioni. La prima è un racconto dell’orrore, facile da trovare navigando in rete, che descrive luoghi di soprusi e traffici di organi, che parla di mafia nigeriana e di maledizioni a cui è impossibile sottrarsi. La seconda, quella che racconta la realtà dei fatti, bisogna cercarla con cautela, dalla bocca di chi conosce le sfumature di questo territorio, che niente hanno a che vedere con i bianchi e i neri che si cerca di vendere all’opinione pubblica.

Le connection house sono note come case abbandonate gestite dalla mafia nigeriana, prigioni per giovani africane costrette a prostituirsi, minacciate da un juju -un rito tradizionale dell’Africa occidentale praticato da un sacerdote- che le obbliga ad obbedire alla maman, la “matrona” che ha il ruolo di vigilarle, e ripagare il debito. Raccogliendo le testimonianze di chi conosce questo territorio, abbiamo scoperto che la realtà è ben più complessa di come viene raccontata. Una voce autorevole sull’argomento è quella di Florence Omorogieva, mediatrice culturale dal 2006 che dal 2014 lavora per Emergency Castel Volturno.

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Confrontandoci con l’ambulatorio di Emergency ci siamo rese conto che della tratta nigeriana, così come delle connection house, non si può parlare senza fare riferimento ad un evento che ne ha completamente sconvolto la dinamica.

Il 9 marzo 2018 l’Oba, re e capo religioso nigeriano, maledice con un editto gli sfruttatori della tratta sessuale, liberando le vittime dai loro giuramenti. Le sue conseguenze hanno avuto un forte impatto sul quadro complessivo della tratta di donne come la conoscevamo.

«Il novantanove per cento dei nigeriani sono molto spirituali, anche se ognuno crede in modo diverso. L›Oba è una figura molto rispettata, come il Papa, quello che dice non è discutibile» – spiega Florence, definendo l›editto come un contro-juju di portata epocale, che spaventerà alcune madame al punto da cacciare di casa le ragazze per paura della maledizione. «Ovviamente c’è bisogno anche di tanta spinta da parte delle associazioni: dobbiamo rinforzare l’editto dell’Oba dicendo alle ragazze che ora sono libere e che a dirlo è il potere spirituale più grande del loro paese di nascita».

Dal 2018 gli sbarchi dalla Nigeria a Castel Volturno, osserva Emergency, sono diminuiti fino a quasi scomparire, svuotando le strade dalle prostitute. Secondo i dati del Viminale tra il 2014 e il 2017 sono sbarcate in Italia 23.521 donne di origine nigeriana, mentre dal 2018 al 2021 il numero registrato scende a soli 662.  Anche le statistiche fornite dal Numero verde antitratta segnalano una diminuzione delle presenze in strada. Nel maggio 2017 le donne africane, prevalentemente di origine nigeriana, rappresentavano il 44% delle prostitute. Nel novembre 2021 la percentuale si attesta invece sul 22%.

A fronte di questi dati, alcune associazioni hanno supposto che vi sia stato un trasferimento delle ragazze dalle strade alle connection house. Insieme a Florence, abbiamo invece intuito un cambiamento ben più profondo e radicale.
«Non dico che non ci siano più ragazze sfruttate, ma posso assicurare che ne vedo di meno. Fino al 2018 da Licola a Mondragone vedevamo oltre 50 ragazze, oggi molte di meno. Dove sono finite queste ragazze? Credo che l’editto dell’Oba abbia avuto un esito positivo: lo vedo con i miei occhi. All’epoca le ragazze giovani sfruttate erano obbligate ad interrompere la gravidanza, perché non potevano lavorare altrimenti. Dopo l’editto si sono moltiplicate le gravidanze che seguiamo, perché le ragazze che lo desideravano, potevano tenere il bambino, alcune partendo anche per l’estero. Questa è una prova schiacciante che sono persone libere: solo una ragazza libera potrebbe rimanere incinta, tenere il bambino e decidere di partorire altrove».

Abbiamo ascoltato anche una fonte che ha preferito restare anonima, con un’esperienza decennale a contatto diretto con le difficoltà vissute dalla comunità migrante, rispetto al cambiamento avvenuto nelle dinamiche della prostituzione. Si è osservato un allentamento della morsa coercitiva da parte degli sponsor -chi “sponsorizza” il viaggio, gestendo l’arrivo delle ragazze e il giro delle connection house, sparse tra Castel Volturno, Rosarno e Cerignola- a favore di una ripartizione dei profitti, che rende le ragazze dirette partecipi dei loro guadagni.

Questa trasformazione solleva degli importanti spunti di riflessione sulla “scelta” di prostituirsi, che per molte rimane l’unica alternativa praticabile in mancanza di supporto economico e sociale; quindi, è “libera” nella misura in cui si basa su condizioni estreme di fragilità psicologica e sociale. Ciò si collega all’esistenza stessa delle connection house, che sembra giustificata alla luce di un contesto così sfaccettato.

Il business principale svolto all’interno delle connection house è la vendita di cibo e alcolici, che li rende dei principali luoghi di ritrovo per gli immigrati di origine africana di Castel Volturno. Diversamente da quanto si crede, chi si occupa delle case non ha necessariamente a che fare con la prostituzione. Spesso, i gestori si limitano a dare in affitto le stanze alle ragazze, che preferiscono questi luoghi chiusi alla strada.
La nostra fonte anonima ci ha spiegato che il motivo principale per cui ciò avviene non è tanto collegato a logiche di profitto, cioè di abbattimento dei costi, quanto ad una maggiore sicurezza per le sex worker stesse. Questi luoghi, frequentati quasi esclusivamente da africani, diventano un ambiente familiare per le ragazze che, a differenza della strada dove vi è un mero scambio di tipo cliente-venditore, possono instaurare un contatto umano con i loro connazionali.

Lontane dal voler romanticizzare lo sfruttamento sessuale, siamo però consapevoli che ci sono alcune donne che si prostituiscono volontariamente, cioè non avendo un debito da ripagare o un juju da obbedire, e che preferiscono farlo nelle connection house. La ragione è evidente: le case fungono da nuclei di aggregazione sociale per i giovani africani, luoghi di divertimento dove è possibile evadere dalla condizione di immigrato, connotata da lavoro precario, incertezza sul futuro e diffidenza da parte dell’esterno.

«Il migrante è solo. Ha un passato che gli manca, un futuro che non conosce e un presente che non vuole. Vi è una ricerca di contatto umano, oltre che di sesso».
Il sesso a pagamento, come la dipendenza dalle sostanze, risponde all’esigenza di fare i conti con questa solitudine, aggravata dalla delusione scaturita dal fallimento del progetto migratorio. Se le connection house appaiono il punto dove avviene «l’unione tra queste solitudini», sopperendo parzialmente alle esigenze sociali della comunità africana, allora Castel Volturno non sta facendo abbastanza per rispondere alle necessità di una cittadinanza multietnica.

Come spiega anche Florence, la nascita di uno spazio pubblico di vera integrazione culturale riuscirebbe in parte a smorzare l’attrattiva delle connection house, che al momento costituiscono gli unici punti di “decompressione” per la comunità africana.

di Giovanna Di Pietro e Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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