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La storia di Immacolata Capone, sembra l’ultimo paradigma reale di una bocca chiusa per sempre, nel meridione italiano.

Era titolare di una società che si occupava proprio della creazione di quelle fosse per fissare le fondamenta di un centro commerciale.

Forse, la parte più pericolosa di tutta la fase realizzativa di un colosso del genere. E non era questione di pesi e macchinari spinti troppo nel terreno.

Nemmeno si trattava del rischio che qualcosa potesse crollarti addosso, mentre le ruspe affondavano le benne nella terra molle del sud Italia.   

Scavare le fondamenta per la realizzazione di un centro commerciale in terra Casalese, equivaleva a immergersi con i pescecani.  

E, tra Caserta e Napoli, di squali con le fauci aperte sotto il business dei grandi centri per lo shopping, ce n’erano tanti, forse troppi per stare insieme in una sola vasca di acqua sporca. Uno di quelli più insidiosi, era stato incaricato di controllare ogni movimento dei mezzi meccanici della ditta che Immacolata dirigeva, la Motrer.  

Femmina bella, femmina di mano pericolosa, Immacolata Capone.

Mano che si alzava e dieci persone obbedivano a “Donna Imma”, quasi sempre immersa con le sue scarpe firmate Gucci e il suo fuoristrada fiammante tra la polvere di almeno venti cantieri, e centinaia di uomini che la guardavano.  

Persino quei cinque criminali con i caschi integrali e le pistole in pugno, andati a riscuotere il pizzo sul cantiere del centro commerciale Campania per conto dei clan di Marcianise, non sapevano se abbassare la testa in segno di rispetto o alzare gli occhi per naturale inclinazione maschile, quando Immacolata Capone, si presentò sui terreni appena recintati, con un vestito stretto ai fianchi e un taglio di capelli, costato quanto mezzo stipendio di un operaio.

Chiese immediatamente di Gianluca Rainone, imprenditore salernitano, titolare della Rai. Cal. spa, società che aveva avuto l’appalto direttamente dalle volontà mafiose della zona, come confermò, qualche mese più tardi lo stesso costruttore.

Ma, quando i magistrati gli chiesero della Capone, la faccia di Rainone divenne livida e le mani gli si strinsero in un involontario spasmo di nervi e ricordi di paura.  

“Si presentò sul cantiere la signora Imma Capone accompagnata da Michele Fontana, titolare di una ditta di trasporti, la quale mi disse che in pratica il sub-appalto per il movimento terra doveva obbligatoriamente da loro essere effettuato.

Soggiunse che il calcestruzzo doveva essere fornito da una ditta di Caserta, della quale – in questo momento – non riesco a ricordarmi il nome, e che – infine – mi sarei dovuto presentare a Casal di Principe per definire i termini di una estorsione con il clan dei casalesi.

A seguito dell’invito della Capone decisi dunque di recarmi a Casal di Principe per avere un colloquio con i casalesi».

Era appena iniziata la fase di scavo delle fondamenta del centro commerciale Campania e già i due clan più sanguinari si presentavano a battere cassa con le ditte che erano a malapena riuscite a portare sul posto il necessario per recintare la bellezza di seicentomila metri quadri di cantiere per interporto e centro commerciale, voluto dalla holding olandese Corio-Klepierre.

Ma Donna Imma era piombata lì anche prima dei camion che trasportavano le strutture per la recinzione della zona.

Era, come sempre, arrivata prima di tutti, perché aveva una rete fitta di informatori, che si estendeva dai più alti dirigenti degli uffici politici, all’ultimo degli operai generici che tenevano ben aperti gli occhi su tutti i cantieri tra Napoli e Caserta.

La signora degli scavi, disse chiaramente agli imprenditori che dovevano costruire il centro commerciale Campania di essere l’unica persona autorizzata da tre clan.

Tre potentati diversi e feroci che Imma sapeva gestire con grande senso di equilibrio imprenditoriale, forte com’era della spaventosa disponibilità economica e manageriale che gestiva da quando aveva sposato una mezza tacca della mafia campana, Giorgio Salierno, uomo capace di accumulare un patrimonio ingente, ma assolutamente privo delle capacità per poterlo gestire, tanto da doverlo intestare interamente a sua moglie Immacolata.

Le misero tra le mani la morente e indebitata Motrer, quasi a risarcirla delle sue sapienti coperture, tra banche e società finanziarie.

In soli due anni, trasformò quel rottame societario in una gioiello mafioso, funzionale e influente.

Così potente da diventare l’unica azienda alla quale la metà delle famiglie mafiose della Campania  si rivolgevano per grandi lavori. Come il centro commerciale Campania, appunto.

Immacolata Capone non era solo una manager spietata e feroce, ma una donna che non aveva esitato un attimo a infilarsi in un portabagagli sporco di fango, per farsi portare nel covo di Michele Zagaria, a parlare di affari e di appalti da affidare alla sua macchina perfetta per il riciclaggio. La Motrer, appunto.  

Nascosta in una Bmw scura, sporca di fanghiglia delle bufale. Lei che non si spostava mai senza avere ai piedi scarpe da cinquecento euro e una scorta unica nella galassia mafiosa italiana. Due donne armate che la seguivano in una Smart gialla. 

Ma, durante le grandi operazioni che portarono, nel 2001, alla realizzazione delle fondamenta del centro Campania di Marcianise, a pochi passi dal confine con la Reggia di Caserta, la Capone aveva intrecciato addirittura legami e rapporti di interessi economici con l’ultimo baluardo mafioso fedele a Raffaele Cutolo.

Il clan Verde di Sant’Antimo che, per naturale posizionamento nella geografia criminale, era da decenni in lotta con i Moccia, legati alla Nuova Famiglia.

Immacolata era sul filo tagliente di un pericolosissimo equilibrismo criminale che la portava a dover contemperare le richieste di due fazioni sanguinarie, in lotta bestiale da almeno trent’anni.

Sapeva muoversi con l’eleganza composta dei suoi vestiti griffati, anche sui crinali più tellurici delle mafie meridionali. 

Per i lavori al centro commerciale Campania, molto probabilmente, Immacolata Capone usò anche i fondi della famiglia del consorte, Giorgio Salierno.

E non si trattava di poche migliaia di euro, ma di investimenti da capogiro, per rimanere nella scia del business che stava nascendo nella cerniera territoriale tra la Reggia e le prime cittadine vesuviane.

Soldi, un fiume di danaro che doveva servire a far muovere attività collaterali allo scavo delle enormi fosse sotto il Campania.

La Capone non era persona che stava a guardare soltanto le sue macchine enormi scavare buchi di decine di metri nel terreno.  

Ma prima, Immacolata Capone ebbe il tempo di chiudere i lavori al Campania e di perdere il marito.

Giorgio Salierno venne ritrovato cadavere in una chiesetta diroccata di Afragola. L’uomo era sparito, ma Immacolata ne diede notizia alle Forze dell’Ordine tre giorni dopo, senza tradire alcuna emozione.

Erano giorni convulsi, di movimenti vertiginosi sui conti correnti della famiglia Salierno, quasi tutti intestati alla bella Imma che tesseva un’enorme tela di investimenti e acquisto mezzi per partecipare a tutte le gare d’appalto in Campania, sicura della protezione di Michele Zagaria e di almeno altri due cartelli mafiosi.  

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Nessuno credette alla sua versione, sul ritrovamento del cadavere del marito.

Immacolata Capone c’era dentro fino al suo collo affusolato, sempre impreziosito da fili di perle o da pesanti collane di oro e pietre costosissime.

Finì nel registro degli indagati, per quella strana morte e, come spesso accade nel sud Italia, la giustizia delle pistole cariche, arrivò prima di quella di qualsiasi tribunale. 

Prima, La Repubblica on line, edizione di Milano, aveva spiegato i particolari della ragnatela della Capone, messa in piedi per sedurre il politico più influente e funzionale agli affari della boss 

«Donna Immacolata era stata capace di edificare un tessuto imprenditoriale e politico di grande spessore.

Lei, donna del clan Moccia, era divenuta interlocutrice del clan Zagaria, ambita da molti camorristi che la corteggiavano per poter divenire compagni di una boss-imprenditrice di alto calibro.

Secondo le accuse l´uomo politico che aveva aiutato i suoi affari è Vittorio Insigne, consigliere regionale dell´Udeur, per il quale i pm Raffaele Cantone e Francesco Marinaro hanno chiesto la condanna a 3 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione camorristica. 

Insigne avrebbe, secondo le accuse, interceduto per procurare un certificato antimafia alle imprese della Capone. Nelle intercettazioni emergono continui riferimenti al politico, anche circa la spartizione dei proventi.

Secondo le accuse Insigne interveniva per far vincere gli appalti alla Capone, ma la Capone poi una parte dei guadagni li riportava a lui.

Vittorio Insigne al momento delle indagini faceva parte della Commissione Trasporti della Regione Campania, quando la Regione era il maggior azionista dell´Alifana, presso cui le imprese di Insigne lavoravano.

Il pool dell’antimafia napoletana coordinato da Franco Roberti è riuscito anche a scoprire che la Capone era riuscita ad avvicinare il colonnello dell´aeronautica militare Cesare Giancane, direttore dei lavori al cantiere Nato di Licola.

Il clan Zagaria infatti – secondo le accuse – è riuscito persino a lavorare per il Patto Atlantico edificando la centrale radar posta nei pressi del Lago Patria, punto fondamentale per le attività militari NATO nel mediterraneo».

Da quando aveva realizzato le fondamenta del centro commerciale Campania, con la Motrer che già era servita alla camorra casalese a realizzare le strutture per la bonifica dei Regi Lagni, Imma si sentiva a ragione la manager criminale più potente d’Italia.

Non vennero mai accertate le sue responsabilità nella morte del marito, ma i tre mesi che seguirono il ritrovamento del cadavere di Giorgio Salierno furono i più abbacinanti della vita di Donna Imma.

Persino  alcuni ufficiali dei corpi armati facevano la fila, nella saletta d’attesa dipinta di bianco, davanti la porta dell’ufficio della Capone.

La donna che aveva costruito le fondamenta di centri commerciali ed altre cattedrali controllate dai cartelli più sanguinari d’Europa si sentiva persino invincibile quel pomeriggio di marzo del 2004, nel suo grande fuoristrada nero, fasciata in un giaccone di pelle Gucci.

Bastò guardare una volta in più nello specchietto retrovisore, per accorgersi di due motociclette scure che la seguivano, rimanendo sempre parallele l’una all’altra.  

Una corsa, in senso vietato di marcia, per raggiungere la centralissima via Roma, nel centro storico del paesone vesuviano.

Il contachilometri del fuoristrada segnò persino i centoventi orari, in una stradina dove transitavano anche i bambini di un piccolo istituto scolastico.

Ma i colpi non si fermarono e il vetro posteriore dell’automobile di Donna Imma saltò in aria, facendole schizzare pezzi di vetro e plastica sulla faccia.

Non vide più nulla, perché l’occhio sinistro era stato centrato in pieno da una scheggia di vetro, rimbalzata nell’abitacolo.  

Con le poche forze che le rimanevano e la vista appannata, provò a trovare rifugio in un piccolo negozio, all’imbocco della strada, ma non ebbe tempo di fare più di tre passi.

Alle sue spalle, nei pochi secondi che le sembrarono un’eternità di condanna, sentì scarrellare una pistola. Poi, il buio e pochissimi secondi in cui sentiva ancora i rumori, pur stando a terra, centrata in pieno da un proiettile calibro 9 per 21.

Rimase cosciente per il lasso di tempo tra il primo sparo e la seconda pistolettata. Dritta sulla sua bella faccia da trentasettenne meridionale.

Altri tre colpi, ma Immacolata era già morta, con mezza faccia saltata via e il cranio aperto dai colpi sparati a pochi centimetri. Qualcuno aveva chiuso per sempre la bocca a una donna che sapeva troppo, soprattutto, dopo aver scavato sotto un centro commerciale, messo in piedi con esorbitanti estorsioni da parte dei clan di Casal di Principe e di Marcianise.

Il resto della storia è sepolto sotto quel centro commerciale, tra le campagne sterminate di Marcianise a Caserta. Italia del Sud.  

 di Salvatore Minieri

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°193
MAGGIO 2019

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