IMBAVAGLIATI

UN FESTIVAL PER LA LIBERTA’  E IL CORAGGIO DEI GIORNALISTI

 

FestivalMostre, workshop, convegni, incontri si sono alternati per sei giornate e hanno raccontato storie di vita messe a repentaglio perché alla ricerca della verità e di rischi che giornalisti in qualsiasi parte del mondo corrono, o perché minacciati dal contesto sociale, o perché operano in nazioni dove la censura dittatoriale ancora oggi, nel 2018, impedisce la libera espressione. Il Festival ospita giornalisti che hanno sperimentato minacce, censure, torture e persecuzioni, ma che non hanno mai rinunciato a raccontare, a camminare con la schiena diritta e ad esercitare la loro professione, normalmente e quotidianamente. Ecco perché quest’anno l’intero evento è stato dedicato a Daphne Caruana Galizia, giornalista investigativa maltese vittima di un attentato mediante autobomba nell’ottobre del 2017.

CHI DIMENTICA È IL COLPEVOLE

In onore del 33esimo anniversario della sua morte, domenica 23 settembre si è svolto il convegno “MAI PIU’ SOLI” per ricordare Giancarlo Siani, figlio della nostra terra e giornalista ucciso a soli 26 anni dalla camorra. Oggi Giancarlo è l’emblema di chi vuole fare giornalismo nel nostro Paese e nei nostri territori, questo grazie alla sua resistenza alla minaccia camorrista. Per questo la camorra non è riuscita a spegnere ciò che lui voleva diffondere e a dimostrarlo è proprio “Imbavagliati”, poiché celebra la libertà di stampa svolgendosi proprio nel luogo dove la sua Mehari è custodita.

Al convegno è stato spiegato come è cambiata la narrazione audiovisiva dei fenomeni criminali negli ultimi anni e, soprattutto, quanto è importante raccontare storie di questo tipo. Ospite è stato Giuseppe Fiorello, attore, sceneggiatore e produttore italiano che ha raccontato storie di ultimi, di indifesi o semplicemente di persone normali che altrimenti nessuno avrebbe mai conosciuto e ha dichiarato: “Mi sono avvicinato a queste storie perché i protagonisti assomigliano a mio padre, che faceva parte della Guardia di Finanza, ed era un uomo che indossava la divisa con normalità, senza ostentarla. Mi ha cresciuto con valori normali, non era un uomo eroico. È sbagliato parlare di eroi, in qualche misura. Sono cose che dobbiamo portare avanti con scioltezza, nella quotidiana normalità. Racconto queste storie anche perché hanno poco spazio e quindi è una premura, un’urgenza. Nascondono una verità imbavagliata da troppi anni ed io sento il bisogno di raccontarla. Cerco di dare il mio contributo alla verità, alla società e alla vita. Non mi importa se un progetto viene male tecnicamente o visivamente parlando, mi interessa ciò che passa attraverso quella storia, mi interessa far capire che queste storie fanno parte della nostra vita e non si può far finta di ignorarle.” Chi nonostante tutto racconta la verità pur sapendo di rischiare la vita non deve essere visto come un eroe, ma come una persona normale che, con onestà e semplicità, svolge il suo mestiere di giornalista. Ma il suo coraggio e la sua insistenza deve diventare un esempio per il resto della società civile che deve camminare di pari passo con queste persone, non deve lasciarle sole e, sulla loro scia, deve continuare a diffondere la verità. Il silenzio uccide più di qualsiasi tortura o esecuzione.

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