Il virus dell’era digitale: quanto dobbiamo fidarci di quello che leggiamo?

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Sono trascorsi poco più di 2 mesi dal primo comunicato stampa cinese sull’esistenza del nuovo COVID-19, il virus che ha colpito più di 90mila persone in tutto il mondo, facendo registrare circa 3mila morti.

Contratto inizialmente da un uomo della città di Wuhan, nella parte centrale della Cina, il virus ha cominciato ad espandersi in tutto il continente asiatico, per poi arrivare ad estendersi in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, negli Stati Uniti, in alcune zone del Sud America e, infine, anche in qualche città del continente africano. Il Covid-19, come ben sappiamo, ha raggiunto anche l’Italia, colpendo prima Lombardia e Veneto e, giorno dopo giorno, è arrivato nella maggior parte delle regioni italiane, sud compreso.

La continua propagazione del virus in Italia, uno dei primi paesi al mondo per numero di contagi e morti, sta preoccupando chi vive nelle zone con un alto numero di casi positivi, ma anche chi inizia a vedere il nuovo Covid-19 entrare indisturbato nelle proprie regioni. Banche in sofferenza, PIL italiano ai minimi dal 2014, chiusura di scuole e università, rinvii di eventi sportivi, sovraffollamento nei supermercati e corsa alle farmacie per acquistare mascherine sono solo alcune delle ripercussioni che il virus sta provocando tra la nostra popolazione. Gli italiani sono sempre più cauti nei confronti della diffusione della nuova infezione, e questo sta avendo due effetti principali nella loro vita quotidiana: più prevenzione e più informazione.

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Per quanto riguarda la prevenzione, l’OMS ha già dettato da tempo le linee da seguire per evitare ulteriori contagi ma, sul piano dell’informazione, sono i social network a giocare un ruolo di primo piano, in misura maggiore rispetto quotidiani e periodici.

Il 94% degli italiani cerca nuove notizie sul virus almeno una volta al giorno sul web, il 69% lo fa addirittura più volte. Solo il 12% si affida al medico sanitario. L’era digitale ha portato innovazione e miglioramenti sotto tutti i punti di vista, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione: oggi basta davvero solo un clic per acquistare un auto, un libro, un ticket d’ingresso per una partita di calcio o per un concerto, oppure per scambiare messaggi con chi si trova dall’altra parte del mondo.

La digitalizzazione ha contribuito, però, anche alla nascita del citizen journalism, un giornalismo partecipativo a cui tutti possono accedere. Tutte le persone in possesso di uno smartphone o di un Pc sono in grado, oggi, di mettere in circolazione notizie non verificate e generare le cosiddette fake news, che arrecano solo allarmismo e isteria e non fanno altro che peggiorare la situazione. Non bisogna dimenticare che nell’80% dei casi le persone infette hanno avuto sintomi lievi, e solo nel 5% dei casi si registra una patologia grave, con una percentuale di mortalità attorno al 2%, che riguarda soprattutto persone anziane con altre malattie pregresse.

Un problema comunque da non sottovalutare e da monitorare minuto dopo minuto ma, forse, non sono solo gli utenti del web a suscitare panico e continuo allarmismo. “La Tv, le reti e i giornali stanno contribuendo a scambiare quello che è un virus più pericoloso di un’influenza per una pandemia totale” ha detto Maria Rita Gismondo, direttore responsabile del laboratorio dell’Ospedale Sacco Di Milano. Dopotutto, ci sono altre malattie che ogni anno fanno registrare molti più morti, come la Meningite o l’Aids, malattie di cui ci si preoccupa poco e che meritano l’attenzione dovuta. Secondo i dati dell’Oms, infatti, ogni anno si verificano 500mila casi di Meningite, di cui circa 50mila letali. Inoltre, bisognerebbe dire e ricordare ai telespettatori e a chi naviga sul web che sono già disponibili cure efficaci che hanno portato alla guarigione ben 149 persone in Italia, che erano risultate positive al test del Covid-19.

Di chi fidarci, allora, nell’epoca digitale, quando tutti hanno la possibilità di mettere in rete informazioni non veritiere, o quando qualcuno potrebbe addirittura divulgare notizie per interesse personale?

                                                                                             di Donato Di Stasio

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