«Il verbo preferito dei veri artisti è sentire»: l’arte del pittore Giacomo Pietoso

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Giacomo Pietoso è un poeta e pittore italiano nato ad Acerra (NA). Nel 2008, dopo un grave incidente a seguito del quale perde la vista, decide di riprendere in mano la sua vita e viverla fino in fondo attraverso la sua passione di sempre: la scrittura. Dopo un lunghissimo periodo di riabilitazione da poliziotto è rientrato in servizio nei ruoli civili, al Commissariato di P.S. della città di Acerra, fa rientro nella sua città con occhi diversi con la consapevolezza e la presa di coscienza che la vita rimane il viaggio più bello che un uomo possa fare. Nel 2020, nell’isolamento più totale dovuto a una pandemia che ha interessato tutti i popoli del mondo, Giacomo si è dedicato all’arte pittorica come forma di espressione della sua anima poetica. Una nuova veste artistica che lo porterà a viaggiare in tutto il mondo con mostre personali di “pittura e poesia”. La sua arte avrà riconoscimenti importanti, recensioni e prestigiose critiche d’arte. Ha esposto le sue opere al PAN di Napoli, a Dubai e ad agosto l’artista ha ricevuto il Leone d’Oro a La Biennale Arte di Venezia, nello stesso mese le sue opere sono state esposte anche a New York nel White Space di Chelsea. 

Quando hai iniziato a dipingere, ma soprattutto come è stato il tuo primo approccio alla pittura? 

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«Le mie prime esperienze artistiche sono inerenti all’arte della poesia che è avvenuta sui banchi di scuola in età adolescenziale. Mi sono avvicinato al mondo della pittura qualche anno fa. Ho avvertito dentro di me qualcosa di misterioso, che era il mondo della pittura da cui sono sempre stato affascinato. E così ho iniziato ad esprimere la mia arte attraverso un pennello che bagno nel profondo dell’anima». 

Parliamo dello stile e dell’ideazione: come prendono forma i soggetti delle tue opere? 

«Quando mi avvicino e prendo in mano la tela inizialmente passo una mano sopra come fosse un una carezza: così riesco a provare ed a sentire qualche vibrazione nell’anima. Lo stile è libero senza schemi predefiniti: quello che creo nasce da uno stato d’animo, sentimenti, emozioni, paure, gioie, solitudine. Credo che per creare arte non c’è bisogno della vista, ma di una visione. Così spesso dipingo qualcosa che ho sognato, qualcosa che immagino, ed è strettamente collegato all’arte poetica. Quando dipingo è come se scrivessi una poesia e viceversa. Essendo non vedente spesso le mie creazioni pittoriche prendono forma attraverso delle guide tattile che sperimento attraverso altri sensi e poi prendono forma in arte». 

In alcune tue opere è presente la bicicletta de Il Postino di Troisi: cosa ti lega all’attore di San Giorgio a Cremano? 

«Il legame con l’immenso Massimo Troisi è molto profondo anche se non ho mai avuto il piacere e l’onore di stringergli la mano. La sua ironia è stata rivoluzionaria. Lui era capace di esprimere concetti molto profondi con leggerezza, ma mai con superficialità. Ho scelto di dipingere alcuni frammenti del suo ultimo film “Il postino” perché è quello che più mi ha colpito e affascinato fin da subito, forse perché ricorreva sempre più spesso “poesia”. Infine ha voluto andare fino in fondo nonostante uno stato di salute molto precario lasciando un’eredità artistico culturale, senza tempo. Un uomo che ha fatto della propria passione, una missione». 

Le tue opere sono parte di un percorso legato o intuizioni autonome? 

«Le mie opere, come le mostre presenti in Italia e all’estero, rappresentano un percorso di vita che va ben oltre al mero significato individualistico. Ho perso la vista diversi anni fa a seguito di un incidente e attraverso la mia espressione artistica tento di trasmettere che la diversità è una ricchezza che non va sprecata». 

Tecnicamente come inizi un’opera? Hai un metodo preciso? 

«Quando prendo nelle mani la tela non so mai cosa dipingere. Poi inizio con grosse pennellate, fugaci come la poesia esige. Mi aiuto molto con le mani prendendo la tela più volte con le dita. Nessun opera è uguale all’altra. Chi assiste mentre sto creando un dipinto dice che sembro “un pazzo” e siccome uso molta pittura con una tecnica molto veloce e grosse pennellate praticamente gli schizzi di pittura colorata si diffondono in tutto il perimetro della mia postazione di lavoro». 

La pittura viene da sempre ricondotta alla macro-area delle arti visive. Se pensi a te stesso, tale etichetta le sembra corretta? 

«Credo che l’arte rinnega ogni forma di competizione e, più che altro, esige originalità da ogni singolo artista. Tuttavia l’arte della pittura è quella che riesce a trasmettere con più immediatezza un’emozione al suo fruitore. Rifacendomi alla mia espressione artistica di pittura e poesia non posso dire altro che sono elementi imprescindibili l’uno dall’altro». 

Il vero pittore dipinge ciò che vede o ciò che sente a livello emozionale?  

«Credo che molti pittori si rifanno a correnti artistiche e stili di pittori del passato. Penso che sono pochissimi che cercano una propria strada, originale, senza schema, niente di predefinito, ma seguendo semplicemente l’istinto che si porta dentro. Questione di anima, stile di vita. Quindi il vero pittore è quello che sente. È questo il verbo preferito dei veri artisti: sentire». 

Il PAN di Napoli, Dubai e numerosi premi nazionali ed internazionali: dove vuoi arrivare nel prossimo futuro? 

«Il passato è ciò che sei oggi. Il futuro, chi lo sa. Intanto vivo il presente e spero in un domani migliore. Sicuramente l’arte è un modo per ricordare all’uomo i suoi doveri di essere umano nei confronti della bellezza che ci circonda». 

Oltre ad essere un pittore, sei anche poeta e scrittore. Se ti chiedessimo di comporre una breve poesia per Informare quali versi utilizzeresti? 

«Altissima serenità o profondissima irrequietudine: è questo ciò che fa muovere l’anima dell’artista. Sentire, ascoltare, rianimare, risvegliare: sono questi i verbi preferiti su tutto». 

 

di Raffaele Cecoro

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°222 – OTTOBRE 2021

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