Intervista a Emmanuela Spedaliere

Prologo a cura di Angelo Morlando:
Quante emozioni in poche ore. Quante emozioni per me, in particolar modo, appassionato di musica lirica, ammirato dalle opere di un grande Re sia del Sud che della Spagna come Carlo di Borbone, innamorato di quello che è definito senza dubbio il più bel Teatro del Mondo. In pochi minuti, dall’organizzazione di un’intervista, siamo stati accompagnati sul palco del Teatro San Carlo di Napoli. Accompagnati è proprio la parola giusta, perché tutto ciò è stato reso possibile da una guida di rara competenza, esperienza e sensibilità: la Dott.ssa Emmanuela Spedaliere, direttore Affari/Relazioni Istituzionali e Marketing della Fondazione Teatro di San Carlo di Napoli, a cui vanno i nostri più sinceri ringraziamenti.


Dopo la presentazione iniziale all’ingresso, in pochi secondi ci siamo trovati con nostra incredulità ed emozione sul palcoscenico del Teatro; dopo poco, l’intero Teatro è stato illuminato a giorno. Infinite emozioni, tutti noi senza parole e a testa in su.
L’intervista, pertanto, inizia necessariamente con le seguenti parole introduttive della Dott.ssa Spedaliere: «Questo Teatro, così come lo vedete, è stato recentemente oggetto di un restauro conservativo. Abbiamo cercato di lasciare tutto intatto, così com’era. In questo momento ci troviamo sotto l’arco scenico. In alto è possibile ammirare un orologio ancora perfettamente funzionante, al centro c’è Cronos, Dio del tempo, che inesorabile lo fa scorrere. Al suo fianco, la nostra sirena Parthenope, che con le mani alzate cerca di fermarlo; ai due lati, la danza delle Ore. In effetti, forse, il tempo si può fermare solo qui, in un posto così magico».

Come si svolgono le tue attività nel Teatro?
«È un lavoro che non faccio da sola, in quanto è necessario mettere insieme tante forze. Tanti ragazzi sono venuti a Teatro e lo hanno vissuto: gli abbiamo mostrato la Bellezza. Li ho visti trasformati. In seguito, mi hanno scritto delle lettere molto commoventi, entusiasmati dalla possibilità di scoprire il mondo dei sogni che hanno poi definito “mondo della Bellezza”. Hanno imparato che nel silenzio è possibile ascoltarla, perché la Bellezza ha un suono, perché il Teatro ha un suono. Ha un suono anche quando non c’è spettacolo, quando non ci sono gli artisti, perché anche nel silenzio può esserci molto da ascoltare.
Diciamo la verità: il teatro è molto trasversale, nel senso che coinvolge una tipologia di pubblico molto eterogenea; oggi, questa struttura deve vivere nella realtà, nella quotidianità, nei nostri giorni. Il Teatro deve avere una funzione pubblica: il teatro dell’opera, infatti, nasce come teatro popolare».
Descrivi con profondità la napoletanità, ma tu sei napoletana?
«Si, io sono napoletanissima, anche se per un anno e mezzo circa sono stata a Firenze come capo del cerimoniale delle relazioni internazionali; però il Teatro crea dipendenza. Il richiamo del teatro è stato più forte ed ho deciso di tornare».
Se dovessi definire con parole tue questo luogo?
«Luogo di Bellezza e Cultura. Credo sia il più grande centro culturale del mezzogiorno, della storia, della musica, in quanto i più grandi cantanti e direttori dovevano superare l’esame del palcoscenico del San Carlo. Per me è Casa. Lavorare in un teatro significa che non esiste famiglia, non esiste null’altro. Il teatro è una fabbrica sempre aperta, dalla mattina alla notte; c’è sempre la paura che non si riesca ad andare in scena, invece il sipario per magia si apre, lo spettacolo inizia e la paura si trasforma in emozioni».
 Stendhal lo ha definito il Teatro più bello del mondo. Cosa rappresenta oggi, a livello europeo e mondiale il San Carlo?
«Negli ultimi 10 anni il Teatro è continuamente itinerante. Abbiamo visitato tutti e cinque i continenti e c’è una lunga lista di tournée all’estero, dove il San Carlo ha ancora più riconoscibilità ed accrediti. In Cile, ad esempio, le persone chiedevano autografi anche ai macchinisti e ai tecnici, oltre che ai cantanti. Per molti, questo Teatro, il più antico del mondo, rappresenta un sogno. Un altro riscontro è costituito dai numerosi flussi turistici organizzati per le visite guidate. Il teatro, inoltre, chiude i suoi bilanci in attivo da dieci anni, grazie all’enorme lavoro della Sovrintendente, dott.ssa Rosanna Purchia».
Quale è il rapporto tra il Teatro e il mondo del Sociale?
«Mi sorprendo sempre. Da tempo abbiamo organizzato un’attività che si chiama “Il San Carlo per il sociale’’, aprendo le prove generali ad organizzazioni e associazioni che operano sul territorio. Incontrando le persone del nostro territorio pensavo: “c’è un lavoro enorme, una fatica dietro le quinte che è bestiale” e voi siete una di queste realtà che io non conoscevo, peraltro, in un territorio difficilissimo».
Cosa rappresenta per un ragazzo la partecipazione assidua ad una realtà di formazione al San Carlo? In particolare, per un ballerino.
«Abbiamo diverse realtà di formazione. Per diventare ballerini c’è bisogno anche di doti naturali che vanno raffinate con la tecnica. Entrare nella scuola è già come percorrere un sogno, un obiettivo che una volta raggiunto, è solo l’inizio: lavorare qui vuol dire tanta fatica. I ballerini studiano sempre; per loro è un allenamento continuo, fisico e mentale. Sono naturalmente ripagati da quella che è la magia del palcoscenico. Tutti coloro che lavorano in questa “fabbrica” hanno una dedizione assoluta; si lasciano anche gli affetti più cari e, in qualche maniera, si è sposi del San Carlo».
Cosa pensi dei talent show di oggi? Qual è per te la differenza di un ragazzo che si forma qui in Teatro rispetto ad un ragazzo che fa televisione?
«Rigiro la domanda a voi: quanto dura la popolarità delle persone dei talent show? Tu li ricordi tutti quelli che hanno avuto il loro momento di successo? Magari per un anno, due… dove sono finiti e cosa resta di questi ragazzi? Qui stiamo parlando di passione, di esercizio, di storia, di percorso. Prendere una persona e catapultarla in un mondo non proprio, senza basi e contenuti: quanto resisterà? Resiste chi viene già da una scuola di formazione e ha fatto un percorso. Bisogna fare attenzione, perché il mondo dell’effimero (seppur nelle forme d’arte e di spettacolo) e il mondo della cultura sono due cose completamente diverse. Cosa farà la differenza nella loro professione? La cultura, appunto».

I social hanno cambiato il modo di vivere e rapportarsi con le persone. Come vedi le persone rapportarsi al mondo dell’Opera e del Teatro oggi?
Considerando che un certo tipo di musica e spettacolo va seguito anche in base ad una certa sensibilità…
«Siamo il sesto Teatro al mondo per contatti. I social hanno un duplice aspetto: positivo e negativo. Quello negativo lo conosciamo tutti e ne siamo vittime, la nostra vita è ormai in piazza, ma sono anche degli amplificatori molto forti e consentono di arrivare facilmente al pubblico. Il Teatro è anche un grande osservatorio dove è possibile studiare la società dal punto di vista della trasformazione. I social non sono serviti per attirare quel pubblico che sarebbe comunque venuto, ma quello che non si sarebbe mai avvicinato.
Sono per noi oggi degli strumenti di comunicazione molto importanti, perché ti consentono di arrivare a molte persone con un messaggio chiaro e sintetico: “vieni a vedere e a conoscere il San Carlo”. Grazie sempre ai social, chi arriva a noi riesce a contattarci in maniera diretta. In questo modo si riesce a conoscere il pubblico e a dialogare con esso, in maniera più ampia rispetto al passato».
Un messaggio finale per salutarci…
«Il Teatro è un grande anti stress, perché libera la mente. Vi faccio una considerazione. Quando vi ho accompagnato sul palcoscenico e si sono accese tutte quelle luci, anche dopo vent’anni, IO MI EMOZIONO ANCORA. Chi non l’ha mai visto, come reagisce? C’è stato un momento in cui vi siete lasciati trasportare dalla Bellezza? È una reazione fisica naturale, non ne puoi fare a meno. Una grande emozione che ti prende lo stomaco…
Riprendete l’espressione di Stendhal:
“Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo Teatro, ma ne dia la più pallida idea”.

di Angelo Morlando, Daniela Russo e Giovanna Cirillo

Tratto da Informare n° 187 Novembre 2018