Il teatro come palestra di vita: intervista ad Alessia Lamoglia

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La conosciamo come Marinella de “I bastardi di Pizzofalcone”, la serie televisiva, giunta alla terza stagione. È Alessia Lamoglia stessa, talent della “PM5” di Peppe Mastrocinque, giovane attrice napoletana che si sta affermando nel panorama artistico italiano a raccontare il suo avvicinamento al mondo attoriale, il rapporto con la città di Napoli ed il personaggio interpretato nella serie televisiva.

Quanto ha influito Napoli sulla tua personalità artistica?
«Ha influito quasi del tutto, se non del tutto. Essere napoletani è meraviglioso; ricordo che mia madre mi cibava fin da piccolina delle commedie di Eduardo, dei film di Troisi, della Loren. Napoli la porti dentro come se fosse una sorta di bagaglio interiore non solo artistico, ma anche umano. Sono molto legata a Napoli, alle mie radici in generale: faccio anche molto fatica a distaccarmene, ma devo. Mi sono sempre ritenuta una cittadina del mondo. Il lavoro mi ha portato spesso a distaccarmi da queste bellezze, ma la porto dentro».

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Sei ancorata a Napoli, ma fai da spola con Roma.
«Il mio cammino è sempre stato un andirivieni tra Napoli e Roma, città di adozione, in cui ho vissuto gli ultimi due anni e che mi ha accolta. Nel momento in cui sono arrivata a Roma, il lavoro mi ha riportata a Napoli. Non ci sono parole per descrivere questa città: è quasi come una maledizione, in senso positivo; ne resti legata, la porti con te, dentro, in giro per il mondo. Cerchi sempre di ritrovarla in una increspatura, in un odore, rumore, colore, è sempre con te».

La tua carriera artistica è fatta di partecipazione in fiction di genere quasi sempre poliziesco. Perché?
«In realtà, non l’avevo notato, me l’hai appena fatto notare. Mi ha spesso accompagnato questo genere; io non sono per i generi, però, quanto per le storie, mi affascinano. Se dovessi scegliere un ambito che mi stuzzicherebbe, in questo momento indicherei un film d’epoca: ho sempre pensato che la storia del passato sia monito per il presente e dica molto di più del nostro presente e futuro».

Esordisci in teatro, banco di prova per un attore. Ci racconti di questa esperienza?
«Il mio primo amore è stato proprio il teatro: mia zia era attrice, la seguivo con la mia famiglia. È come se fossi stata inglobata da questa magia. La vita, poi, conduce in altre direzioni. La danza mi ha aiutato a mantenere questo rapporto così come il canto fino a quando, all’età di circa 15/16 anni, ho deciso di riaffacciarmi al teatro ed è stato come una rinascita, come ritornare all’inizio: il teatro è stata ed è una palestra. Non è scontato indicarlo come una palestra di vita, lo è davvero, sia da un punto di vista artistico, che emotivo, umano. È una palestra perché ci si allena ad essere specchio di sè stessi e a trovare nell’altro lo specchio di sè stessi. È come riconoscersi negli occhi degli altri, è molto costruttivo. Bisognerebbe inserirlo in maniera consistente non solo a parole anche nelle scuole».

Il successo arriva con la fiction “I bastardi di Pizzofalcone”. Cosa rappresenta per te il personaggio di Marinella?
«È stata una esperienza importante in termini di durata. Per la prima volta ho provato cosa vuol dire costruire un personaggio. Ci siamo prese la mano io e Marinella, abbiamo vissuto assieme, anche perché abbiamo quasi gli stessi anni. È il personaggio cui sono più legata. Ad ogni personaggio doni una parte di te, lei ha molto di me e viceversa; i suoi turbamenti adolescenziali sono stati anche i miei, li ho ripescati. È come se fosse una sorella per me».

Ti sei formata, artisticamente parlando, nel corso degli anni. Si può avere successo senza formazione?
«Ho iniziato con la fiction “Capri” grazie anche alla frequenza, seppur di due mesi, di una scuola di recitazione, consigliatami da Peppe Mastrocinque, mio agente attuale, rappresentante della PM5 Talent. Abbiamo ritrovato l’unione professionale. Esiste un’attitudine innata, un fuoco che ti brucia e che esce in maniera inconsapevole. Sono fermamente convinta che il fuoco bisogna coltivarlo, alimentarlo, allenarlo. Non bisogna credere che si sia arrivati in un punto, siamo in continuo divenire. Non bisogna mai far morire quella creatività che ci spinge nella vita, nell’arte, nel lavoro».

di Giovanni Iodice

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N°218 – GIUGNO 2021

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