“Il tappeto di Iqbal”: l’antidoto contro la schiavitù dei ragazzi di Barra

Il tappeto di Iqbal

Ci troviamo a Barra, noto quartiere napoletano, da sempre riconosciuto come una roccaforte della camorra, in cui regnavano i clan degli Aprea e dei Cuccaro. In una realtà in cui la disoccupazione giovanile dilaga e la povertà delle famiglie diventa una piaga sempre più imponente, si colloca una straordinaria cooperativa di nome “Il Tappeto di Iqbal”. L’anima di questa grande carovana è composta da operatori che da anni utilizzano l’arte e il gioco come vero e proprio canale d’apprendimento per i ragazzi. Potrebbe sembrarvi la solita storia già sentita, ma aspettate a dirlo. I ragazzi in questa cooperativa imparano tecniche circensi, seguono quasi giornalmente lezioni trapeziste, imparano il parkour, tutto questo sotto l’ala protettrice di validi operatori provenienti dalla strada. Abbiamo incontrato il presidente della cooperativa Giovanni Savino. Ci accoglie una folla di bambini che giocano e vengono accompagnati dai genitori.

 

Giovanni Savino de "Il tappeto di Iqbal"
Giovanni Savino de “Il tappeto di Iqbal”

 

Giovanni, da dove siete partiti?
«Nel 2010 siamo partiti per scherzo con quest’avventura. Iniziammo con un progettino della Fondazione Banco di Napoli di circa 9.000 euro, si chiamava “Io circo per ridere”. Chiedemmo agli utenti di strada e ai nostri amici circensi, che avessero compiuto 18 anni, se avessero voglia di diventare soci. Partimmo con 10/15 ragazzi di strada».

Avete deciso di lavorare e dedicare il vostro tempo ai famosi “uagliun e miezz a via”, cosa li fa restare con voi?
«Non solo vengono e ci restano, ma lo fanno spontaneamente. Questo ci ha fatto avere un successo internazionale. Vengono da soli perché noi impostiamo il nostro lavoro sull’ascolto e sulla consapevolezza del non avere alcun pregiudizio nei loro confronti. Un’altra cosa importante è che loro hanno la sicurezza che nessuno li abbandonerà. I lavori sociali vivono in precarietà, un progetto va avanti per qualche mese, poi i fondi scarseggiano e successivamente viene chiuso, noi non abbiamo mai sospeso la nostra attività».

Com’è stato possibile?
«Mediante un lavoro di cash flow unico in Italia. Quando finivano i progetti noi abbiamo sempre continuato. Noi soci, gratuitamente, siamo riusciti a far arrivare soldi in cassa, i quali ci hanno garantito la continuità del nostro lavoro. Come? Abbiamo creato una compagnia di circo, con la quale andiamo in tour in tutta Europa. Proprio grazie a questi spettacolo riusciamo ad avere donazioni essenziali per la nostra cassa. Ed è così che il nostro lavoro sociale non è mai stato sospeso».

Pensi di essere uno che sta tamponando una falla dello Stato?
«Abbiamo proposto un sistema di educazione non formale riconosciuto a livello internazionale, il quale utilizzava come strumenti il circo, il parkour e simili, ma che in Italia non era usato. All’inizio c’è stata una grande lotta con le istituzioni, addirittura con De Magistris ci siamo denunciati. Ora fortunatamente abbiamo un buon rapporto con diverse istituzioni, questo per il bene dei ragazzi e non per paraculismo».

 

Il tappeto di Iqbal
Il tappeto di Iqbal

 

Sul vostro sito c’è una frase emblematica: non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo. Schiavi di cosa?
«Ho modificato la frase di Rodari, mio padre mi insegnò che la cultura rende liberi. Noi affianchiamo queste discipline alla pedagogia. Questo li rende liberi. Tu fai trampoli, circo e ti chiama Bolzano per fare uno scambio. Ma questi ragazzi quando si muovono da qua? Mai. Questi ragazzi non hanno mai visto Napoli centro. Dall’inizio delle attività sono stati in Spagna, hanno girato il Veneto, torneranno a Palermo».

Avete obbiettivi futuri?
«Abbiamo prospettive. Da settembre abbiamo intercettato 190 minori, certo, alcuni vanno via, ma lavoriamo con almeno 80 ragazzini al giorno. I servizi sociali e il tribunale ci dicono che la criminalità giovanile a Barra è calata del 60% da quando noi siamo partiti. Partiamo quindi da questi dati. L’anno prossimo vorremo cominciare un avviamento lavorativo per questi ragazzi, creando dei particolari laboratori di arti e mestieri: pizzaiolo acrobatico, barman acrobatico o tecnico audio e scenografi. E c’è anche un’altra idea che proviene da una schifezza scolastica. I ragazzi delle superiori spesso vengono cacciati dalla scuola attraverso un istituto legale che si chiama “istituzione familiare”. Fanno firmare un modulo al genitore dove si attesta che il proprio figlio studia a casa e si presenterà direttamente all’esame. La nostra idea è quella di creare una “Scuola di Iqbal”. I ragazzi verranno affidati a noi e frequenteranno la nostra scuola alternativa».

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 181 Maggio 2018