Con le Universiadi, migliaia di studenti, tra atleti e volontari, provenienti da tutto il mondo, stanno affollando la città. Le strade partenopee non sono mai state così giovani; Napoli non ha mai avuto tanta visibilità a livello internazionale; e l’università non è mai stata così al centro dell’attenzione pubblica napoletana.

Qualcosa però, costringe Napoli a tornare, inevitabilmente, con i piedi per terra.

Lo scorso 5 marzo 2016, la Regione Campania ha ottenuto, da parte della Fisu (Federazione Internazionale Sport Universitari), la designazione a ospitare l’edizione estiva delle Universiadi. Scelta, non solo per la sua tradizione sportiva, che ha dato vita negli anni ad eccellenze in numerose discipline, ma anche, e soprattutto, per la sua tradizione culturale e universitaria: ricordiamo che Napoli ospita la più antica università pubblica del mondo, la Federico II, fondata nel 1224.

Insomma, quale città avrebbe potuto accogliere meglio, allora, le Olimpiadi Universitarie?

Di sicuro nessun’altra avrebbe voluto: dopo l’ultima rinuncia ad organizzare la manifestazione da parte di Brasilia, nessuna città aveva risposto all’appello di Fisu. Causa ,nientepopodimeno, gli elevati costi organizzativi. L’unica coraggiosa è stata Napoli, ricevendo direttamente a casa la linea del traguardo.

Si parla di oltre 200 milioni stanziati dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli per gli alloggi degli atleti e per tutti gli interventi strutturali sugli impianti sportivi destinati allo svolgimento delle gare. Nonostante le prime difficoltà e insicurezze, tutto sembra andare per il meglio e rilanciare l’immagine della città nel mondo intero.

Ma Napoli non si smentisce mai, sempre con la sua magica contraddittorietà.

Una brutta notizia arriva infatti, puntuale più che mai dal Censis. Il Centro Studi Investimenti Sociali pubblica un’analisi accurata del sistema universitario italiano, insieme alla classifica degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensione) in base a: servizi erogati, strutture disponibili, comunicazione e servizi digitali, livello di internazionalizzazione.

I risultati sono amari, anche se già previsti: tutte le università di Napoli si collocano ultime nelle classifiche.

In particolare, la Federico II è ultima tra i mega atenei statali (con oltre 40.000 iscritti).  Tra i medi atenei statali (da 10.000 a 20.000 iscritti), l’università L’Orientale e la Parthenope occupano rispettivamente il penultimo e l’ultimo posto. Ultima anche la Suor Orsola Benincasa, tra gli atenei non statali. Miglioramenti, invece, per l’Università di Salerno che nella classifica dei grandi atenei statali (da 20.000 a 40.000 iscritti) guadagna otto posizioni.

Ma non è di certo la prima volta che il Censis boccia le università partenopee.

La questione non riguarda le competenze e la qualità della ricerca, né di certo il diverso “impegno” di studenti e insegnanti, come sosteneva invece il ministro Bussetti. La questione riguarda le solite difficoltà di contesto, che costringono troppo spesso moltissimi giovani a trasferirsi verso gli atenei del Centro e del Nord.

La maggior parte degli indicatori concernono il “diritto allo studio”,  di competenza della Regione Campania, che ha fatto ben poco negli anni per cercare di migliorarne le qualità; al contrario, sono recenti i tagli all’università e alla ricerca. Assenza di relazione tra mondo accademico e professionale, scarsa digitalizzazione e internazionalizzazione, carenza di servizi agli studenti (borse di studio, mense e residenze universitarie) e di strutture adeguate (aule, biblioteche, laboratori, postazioni informatiche). Sono problemi che vanno ben oltre le statistiche, che non smettono di attanagliare gli studenti napoletani e di metterli in una posizione di svantaggio rispetto ai compagni delle altre città italiane.

Altro che “Universiadi”, l’università a Napoli, con tutta la sua storia alle spalle, rischia di morire e, insieme a lei, la città e l’intera regione. Ed è un mistero come sia stato possibile utilizzare il capoluogo partenopeo come sede di un evento di tale portata, con la carenza di risorse finanziarie  che “costringe” la Regione a sottrarre ulteriormente risorse all’università.

Quando le celebrazioni finiranno, i riflettori smetteranno di puntare sui giovani e le voci degli universitari torneranno ad essere inascoltate. Bisogna cogliere l’occasione per chiedere, anzi pretendere, cambiamento insieme al diritto di un percorso di studi che sia dignitoso allo stesso modo che negli altri atenei italiani.

di Giorgia Scognamiglio

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