Il successo della musica usa e getta: si può ancora parlare di arte?

Gennaro Alvino 05/12/2023
Updated 2023/12/05 at 5:29 PM
7 Minuti per la lettura

Spotify rivela il successo della musica usa e getta: pronta all’uso e confenzionata per riscuotere un immediato successo. Ritorniamo sull’argomento riguardante Spotify Wrapped a cui abbiamo dedicato un articolo che potete leggere qui. Come consuetudine, nell’ultima settimana di novembre, la nota piattaforma Spotify ha pubblicato i dati d’ascolto dell’ultimo anno solare mettendo in risalto gli artisti che più di tutti hanno saputo convincere il grande pubblico con la loro musica.

Spotify Wrapped: specchio della società dell’esibizione

Regina indiscussa di quest’anno a livello globale è di certo Taylor Swift con oltre 25 miliardi di streaming totali. In Italia, ad aggiudicarsi l’oro è, per la terza volta consecutiva, il milanese Sfera Ebbasta seguito a ruota da Geolier e Lazza. Specchio dell’attuale società dell’esibizione, Instagram è per molti giorni diventato teatro dei Wrapped di adolescenti che sentivano la fisiologica necessità di testimoniare le loro preferenze musicali. Impellente, oggi come non mai, è la loro l’esigenza di esserci. Sempre. Poiché la sola esperienza non basta e la condivisione, l’esserci, sui social avvalora e quasi dona ragion d’essere alla vita di troppe, troppe persone.

Ancora una volta Sfera Ebbasta si conferma leader assoluto degli streaming in Italia mentre lo scettro di canzone più ascoltata va alla sanremese “Cenere” di Lazza. Una classifica totalmente dominata dalle sonorità hip/hop che vede nei Pinguini Tattici Nucleari l’unica mosca bianca in mezzo ad una scena totalmente urban che pare aver ormai ottenuto il monopolio dei gusti dell’ascoltatore medio. Ma come ha fatto la musica rap e poi dopo la trap a diventare il genere di riferimento per milioni di persone?

Il rap di ieri…

Nata negli Stati Uniti intorno agli anni ’70, la musica rap arriva in Italia soltanto nel decennio successivo ma dobbiamo aspettare gli inizi degli anni ’90 per riscontrare i primi significativi traguardi del genere. Nascono i primi contest nei centri sociali delle grandi città italiane, iniziano ad affermarsi i “Lion horse posse” e soltanto con Frankie – Hi NRG arriva il primo disco rap distribuito da una Major. L’album “Verba manent” segna un importante pietra sulla quale poi hanno iniziato ad approcciarsi al genere artisti che hanno scritto la storia del rap italiano. La chiave del successo di questa nuova musica consiste di certo nel tutto nuovo modo di usare le parole, quasi a giocarci, sopra una strumentale chiamata “beat”.

… e quello di oggi

Sono ormai passati molti anni dell’avvento del rap in Italia: da genere di nicchia ora la sua musica domina qualunque classifica e spopola fra le playlist di ogni adolescente. Inevitabilmente l’ondata di mainstream e di successo che ha travolto il genere hip/hop ha cambiato quello che era il suo iniziale credo. La denuncia sociale proveniente dai più bassi sobborghi cittadini. Reali perle liriche che hanno per anni caratterizzato il genere fanno ora le valigie in favore di testi frivoli e inopportunamente autocelebrativi. Il dozzinale e l’ostentazione di un certo stile di vita che prevede il lusso e l’uso di sostanze, l’esaltazione della violenza e la celebrazione della vita di strada hanno ormai trovato terreno fertile in una generazione che guarda con occhi d’incanto in tv le gesta dei “malesseri” di Mare Fuori. L’hip/hop mainstream è oggi soltanto la conseguenza di un fascino verso il mondo crimale che da anni permea le nuove generazioni. 

Fino a che punto si può parlare di arte?

Con l’ennesimo successo del nulla assoluto si può parlare anche di quest’anno di trionfo per la musica usa e getta. Superficiali e vaneggianti tematiche che si rincorrono lungo le prime posizioni delle classifiche nazionali. Salvando la pace di pochi, pochissimi. La continua ricerca del disimpegno ha notevolmente abbassato l’asticella della qualità facendo apparire come capolavori lirici anche canzoni dal minimo impegno lessicale e concettuale.

Dando uno sguardo al passato ed alla inarrivabile scuola cantautorale italiana della seconda metà del secolo scorso, si può ancora parlare di musica? Si può ancora parlare di arte? Tenendo naturalmente in considerazione il carattere atemporale della canzonetta italiana, insipida e vuota ma sempre di successo, c’è da evidenziare come la pochezza e la superficialità abbia ormai conquistato il popolo divenendo cultura.

La musica usa e getta: l’importante è che funzioni

Non sarà di certo possibile trovare nei successi di oggi importanti messaggi ed indimenticabili sonorità ma resta prodotti di facile fruizione e che facilmente si insediano nell’ascoltatore. Musica di stagione, musica usa e getta: pronta all’uso e confenzionata per riscuotere un immediato successo, poi accantonata per fare spazio ad un nuovo tormentone. Prodotto più che musica, business piuttosto che arte. Guardando i dati di recente rilasciati da Spotify non si può di certo non parlare di strategia vincente: che sia infine questa la vera arte? Immersi nell’effimera società dei grandi numeri – assuefatti dalla continua e spasmodica ricerca dell’apparire, subito e ad ogni costo – l’istante ha valicato l’eterno proponendosi come unico mantra per le giovani generazioni.

In questa odierna rivoluzione copernicana dei valori è dunque doveroso ricostruire il concetto di arte poichè questo si è necessariamente evoluto insieme al pubblico, assecondandolo. Non sarà dunque blasfemo ridisegnare la concezione di artista: capace, oggi, di influenzare il grande pubblico attraverso una sapiente, spesso geniale, promozione del proprio personaggio ancor prima del proprio prodotto. Che sia ancora arte? L’importante è che funzioni.

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