Il Sacco del Campidoglio, considerazioni su una giornata storica

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Il giorno 6/01/21 passerà alla storia come il “Sacco del Campidoglio”.

La rilevanza storica di tale data per lo sviluppo degli eventi americani (ma anche internazionali) è riconosciuta da tutti. Più difficile è fare un’analisi critica e dettagliata di quanto di complesso sta accadendo, data l’eccessiva prossimità dei fatti, non filtrati dalla necessaria distanza che accompagna la ricostruzione storica. Ma è importante procedere con calma e con ordine per cercare di porsi le giuste domande e per cercare di trasformare questo articolo in uno spunto vivace, finalizzato al dibattito collettivo. Per questo, cari miei lettori, mi scuso per la lunghezza dell’articolo e vi invito ad avere pazienza. Spero che la vostra partecipazione sarà animata e fruttuosa, condotta sempre nel rispetto delle idee altrui e mai prevaricatrice. In ciò io ripongo tutto il valore che do al cosiddetto “dibattito democratico”.

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Dunque, cosa è successo il 6/01/21? Mentre all’interno delle sedi di Capitol Hill, Washington DC, il Congresso USA certificava, formalmente, la vittoria di Joe Biden e la sua elezione a nuovo presidente USA, all’esterno, il presidente uscente, Donald Trump, parlava alla folla delegittimando tale transizione di poteri e la invitava a lottare contro un sistema corrotto e illegittimo, accusandolo di aver condotto brogli elettorali. Delegittimato il potere entrante, la folla rabbiosa si è diretta verso le stanze del Campidoglio, in un crescendo di tensione e di furore, indossando la veste di patriota, pronto a combattere per difendere la legalità e la propria libertà contro un potere usurpatore. Confusi sono stati gli attimi immediatamente precedenti allo straripare della furia che si è riversata, come un fiume in piena, nella sede delle Istituzioni, trascinando con sé ogni ordine. Violenze, devastazioni, arresti e morte: questo è quello che si è avuto dal caos che era stato generato. Diversi quesiti a questo punto appaiono urgenti e delicati.
L’opinione pubblica di fronte a tali eventi è spaccata: la maggioranza di essa accusa Trump di essere un devastatore, un uomo della peggior specie, che tenta di fare della democrazia un potere personale, rendendosi demagogo e facendo leva sulla disinformazione generale per alterare la realtà e parlare agli istinti più irrazionali del popolo americano. Dall’altra parte una minoranza crede alle falsificazioni denunciate da Trump e si scaglia contro un’elite di potere che si è resa padrona della sacra libertà del cittadino. Supponendo, per assurdo, le tesi trumpiste e volendo giustificare l’episodio di violenza (ripeto, per assurdo) cito l’art.5 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1793, che afferma quanto segue: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per il popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri”. L’insurrezione è, dunque, considerata sacra quando un qualsiasi potere nega i diritti del suo popolo. Ma domandiamoci: è il popolo americano ad essere oppresso?
Per rispondere a questa domanda, cerchiamo di capire quali gruppi costituivano quella folla, che lo scorso 6 gennaio si è abbandonata al furore, e quale sia la sua porzione rappresentativa. Fra i protagonisti vi sono Ashli Babbitt, prima vittima del giorno, la quale si dichiarava patriota e protettrice della libertà. Ashli come Jake Angeli, l’uomo vestito da sciamano, pare avesse legami col gruppo QAnon, un gruppo che si regge su una teoria complottista, secondo la quale esiste un potere occulto colluso con una rete di pedofili e con esponenti di spicco dei Democratici. Ma ad essere riconosciuti nella folla non sono solo i membri di QAnon. Fra gli altri vi erano membri dei Proud Boys, un pericoloso e violento gruppo di suprematisti bianchi; e membri di Bogaloo, gruppo di estremisti, razzisti e complottisti, organizzati come una milizia armata. Da ciò si evince che la folla era un agglomerato composito di membri facenti capo a gruppi diversi, ma tutti appartenenti all’ala dell’estrema destra. A seguito dell’insurrezione violenta, molti sono stati i Repubblicani che si sono dissociati dalle azioni di Trump e hanno condannato ciò che è accaduto il giorno dell’Epifania, come il vice presidente Mike Pence.

Trump e il suo mob (termine col quale si indica la folla eccitata e violenta) appaiono isolati anche da quell’orizzonte che rappresenta il volto legale della loro azione politica.
È dunque l’insurrezione del 6 gennaio da considerare come il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri? Assolutamente no! A sentirsi oppresso è Trump col suo mob, non il popolo americano. Quanto accaduto il 6 gennaio è da considerare assolutamente un crimine, senza alcuna ragion d’essere!

Ma qualche tempo dopo l’esplosione dei conflitti, è lo stesso Trump a rivolgersi alla sua folla, tramite una registrazione video, per chiedere il ristabilimento dell’ordine, senza evitare tuttavia di ritornare sulla delicata questione dei brogli elettorali. A questo punto, bisogna domandarsi quali sono le reali intenzioni di Trump? Perché quest’uomo da diverso tempo semina odio e rancore; istiga la folla alla rivolta e poi nel momento di rivolta chiede un ritorno alla tranquillità? A cosa vuole portare?
Credo, sinceramente, che Trump si stia preparando il terreno per una rivalsa. Una rivalsa che si avrà quando l’odio, ora disseminato fra i suoi seguaci, contagerà anche il cuore dei più dubbiosi, i quali, fra qualche anno saranno chiamati a giudicare gli errori di chi ora, all’inizio del proprio mandato, si troverà a fronteggiare una situazione assai precaria, minacciata sempre più non soltanto dai problemi economici e sanitari, ma anche da una profonda e difficilmente sanabile divisione interna.
Questa ipotesi la ricavo dal modo in cui Trump gioca con immagini e simboli. La folla che attacca Capital Hill ha un valore simbolico enorme. Con le sue parole Trump sperava di bloccare la cerimonia d’inaugurazione del nuovo mandato? No, egli sa benissimo che ciò è ormai impossibile, che lui è destinato a salutare il suo scranno. Trump sapeva benissimo che nonostante l’interruzione, la cerimonia sarebbe ripresa più tardi, come infatti è avvenuto. E allora, qual era il suo scopo? Forse, lanciare l’immagine di un popolo diviso che lotta col potere entrante perché non lo riconosce come suo rappresentante. E questa immagine, al di là delle numerose condanne, è passata. Sarà essa un marchio perpetuo per Biden o gli renderà virtù per la sua forza riconciliatrice? Solo il tempo ce lo dirà.
D’altra parte le reazioni dei rivoltosi mi inducono ad altre considerazioni. Prendo come esempio Ashli Babbitt, la donna che ha perso la vita durante gli scontri, la quale si dichiarava patriota e protettrice della libertà. Ma di quale libertà parliamo?
Cito le parole di un post del professore Giuseppe Ferraro: «Il rapporto fra libertà e democrazia attraversa tutta l’epoca del Moderno ed è il motivo per cui si discosta dalla democrazia degli Antichi. Quella di Atene è stata “democrazia diretta” perché retta da uomini liberi, ma non tutti quelli che abitavano la città erano liberi. La democrazia rappresentativa doveva permettere che tutti fossero riconosciuti “liberi” avendo il diritto di essere “cittadini”. Quello che avviene negli USA di questi giorni è la manifestazione della fine della democrazia rappresentativa. In pericolo è la libertà. La libertà dei moderni rimanda al sapere, viene con l’illuminismo, la libertà è al lume della ragione. E le ragioni per cui non ci si sente liberi è perché ci si avverte meno cittadini, senza diritti, esclusi, clandestini, senza cittadinanza, confusi, allora anche la ragione va a rotoli e non si ragiona più. Si perde la ragione e la libertà. Tocqueville diceva che il pericolo per la democrazia moderna è nel rapporto tra uguaglianza e libertà. Fu Bobbio che teorizzò la difficoltà di tenere insieme libertà e uguaglianza. Era il tempo dell’affermazione del liberismo contro il comunismo. Le sue osservazioni portavano a riflettere su una disputa che è l’emblema della crisi delle democrazie. Spieghiamolo più chiaramente. Il liberismo intende la libertà senza uguaglianza perciò come proprietà. L’egualitarismo intende l’uguaglianza senza libertà come omologante d’identità. L’uguaglianza appiattita sulla misura di eguaglianza geometrica è l’espressione di una identità scollata, perduta, non più propria, perché senza confronto, senza parola, senza riflessione, senza opinione. A cadere vittima di tutto ciò è l’informazione, sentita come dittatura dei media. Allora di prendono a deformare l’informazione per liberarsi dalla sottomissione dei media, col risultato di rendere gli stessi social portatori di un’epidemia sociale dove ognuno perde il controllo di se stesso. Bisogna rifletterci.»
Spaventa la lucidità di queste considerazioni e come esse trovino riscontro con quanto sta accadendo in America.
I vari gruppi riunitisi nella folla si erano coordinati a partire dai gruppi in rete. Attraverso la stessa rete gli uomini politici guidano le coscienze e gli umori dei propri fedeli, talvolta conducendoli alla violenza, come in questo caso. Emergono le responsabilità cupe del mondo online e dei limiti che bisognerebbe porre per la sicurezza generale. Gli account social di Trump, a seguito di tutto ciò, sono stati bloccati. C’è chi parla di censura e di come la censura sia per natura contraria ad un sistema realmente democratico.
Credo, personalmente, che un sistema è responsabile dell’ordine civile e della sicurezza pubblica. Pace e tranquillità sono fra i suoi doveri. Se i profili social dell’ex-presidente Trump sono stati bloccati non è dovuto ad alcun complotto, a nessuna censura, intesa come negazione della libertà di espressione (che è democratica e sacrosanta) ma esclusivamente all’uso che lo stesso ex-presidente ne ha fatto, causando i disastri dello scorso giorno.
Il 20 gennaio ci sarà un’ultima cerimonia formale prima dell’inizio dell’effettivo mandato di Biden, bisognerà ancora permettere che qualcuno muova le irrazionalità della folla e causi nuovi disordini?
Già il Congresso USA, insieme a Democratici e Repubblicani si sta muovendo per cercare di anticipare l’uscita di Trump dalla Casa Bianca prima del 20 gennaio.

di Nicola Iannotta

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