Il Re Leone: un passato che torna presente

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Era il 1994 quando ai botteghini di tutto il mondo si affacciò uno dei capolavori targato Disney di tutti i tempi: Il re Leone. Oggi, a distanza di ben venticinque anni, si ripresenta nelle sale cinematografiche il suo remake, film che si pone in linea con l’esperimento  abbastanza riuscito che la stessa Disney sta attuando da diversi anni a questa parte, cioè quello di riportare in chiave filmica i più grandi successi del passato (da Cenerentola a la Bella e la Bestia, fino all’ultimo, in ordine cronologico, Alladin, uscito solo pochi mesi fa).

La trama de Il re leone è quella che tutti conosciamo e prende l’avvio dalla nascita del piccolo Simba, leoncino, la cui storia si dipanerà tra coraggio, cadute e rinascita e che viene presentato all’intera giungla sulle note famose de Il cerchio della vita (nella versione originale interpretata da Ivana Spagna e oggi ripresentata dalla brava Cheryl Porter) come futuro re. La continuità col cartoon è, senza alcun dubbio, palese e scontata e la si ritrova anche nella presenza di tutti gli altri personaggi che accompagnano il protagonista nella sua avventura: da Pumba e Timon, fino a Nala, senza dimenticare il malvagio, ma affascinante Scar.

Tralasciando la considerazione tecnica del film che rasenta la perfezione in ogni scena, rappresentato da un iperrealismo che inquieta addirittura, non si può mettere da parte il groviglio di sensazioni ed emozioni che vengono fuori dalla sua visione.

Il grandissimo successo al botteghino in così poco tempo ( al punto da farlo piazzare come secondo film più visto della storia del cinema dopo Endgame della Marvel), lo testimonia e lo rafforza. È bello chiedersi come mai, in una società così frettolosa, un film del genere, tanto atteso tra l’altro, riscuote un successo mondiale e trasversale, abbracciando ogni generazione.

Sarebbe facile e un po’ approssimativo pensare che il merito sia soltanto della cosiddetta “operazione nostalgia” che, un po’ in tutti i campi, rappresenta, soprattutto quando mancano idee nuove e originali,  il materasso morbido sul quale atterrare dopo un gran salto. 

Di fondo, senza dubbio alcuno, c’è dell’altro. Il grande desiderio, anzitutto, di rivedere pezzi del proprio passato attraverso immagini e canzoni, storie e beniamini che ne hanno rappresentato tasselli importanti. Un passato che, per motivi diversi e molteplici, spesso, rimpiangiamo e a cui guardiamo con il groppo in gola di chi sa che di esso si possono solo conservare istantanee di una spensieratezza svanita e formativa. 

A ciò si unisce l’eterna battaglia tra il bene e il male che campeggia in ogni storia degna di questo nome e che è ben rappresentato dallo sviluppo della trama e dai personaggi che la popolano. Passi in avanti e la fatica di compierli per riuscire a portare luci e non ombre, coraggio che lotta contro ciò che è subdolo, riscatto che affronta con tenacia ingiustizie di vario genere: tutto questo, legato alla vittoria finale del bene sul male, oggi così tanto lontana dal mondo in cui viviamo, ne fanno una tessitura unica e affascinante, trasversale e pienamente attuale.

E, infine, la forza della bellezza e della tenerezza che ne Il re Leone vanno a braccetto e che viene esplicata anche mediante i legami che tra gli stessi personaggi si creano. Quella bellezza a cui, forse, siamo troppo disabituati e di cui, inconsciamente, sentiamo troppo la mancanza. Una bellezza fatta di quella forza che sa proiettare la sostanza al di sopra di ogni apparenza e che potrebbe ancora creare una certa fratellanza capace di far superare ogni barriera e l’illusione che essa possa donare civiltà e crescita. Una bellezza ed una tenerezza che, quotidianamente ci parlano e che, allo stesso tempo, ricusiamo di ascoltare. Un linguaggio dimenticato e messo a tacere da ideologie che frantumano e feriscono l’individuo.

di Francesco Cuciniello

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