Il Ramadan al tempo della pandemia: cosa è cambiato

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Quest’anno i siriani residenti nella cittadina di Idlib hanno accolto – nuovamente – il Ramadan differentemente, rispetto agli anni scorsi. Oltre agli orrori della guerra, gli abitanti continuano a lamentare l’aumento dei prezzi nei market ed esprimono paura per la diffusione del virus, che impone misure di contenimento, come quella di restare a casa e di evitare gli assembramenti.

Mahmoud Yasoud di Zardana, un piccolo villaggio nel nord della Siria, proprietario di un supermercato dove vende cibo e necessità per la casa.

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Com’era il Ramadan prima del virus Corona?

«Il Ramadan era bellissimo. I supermercati erano pieni di persone, gli affari andavano bene e le persone potevano vivere normalmente. A causa del Sars-Covid-2 il lavoro è diminuiti e le persone spendono di meno, mentre il paese è ancora a rischio a causa dei bombardamenti del regime di Bashar al-Assad. Questi sono i motivi per cui i guadagni sono diminuiti, in tutti i supermercati e negozi».

Le persone seguono le norme per prevenire il contagio?

«Prima le persone rispettavano le norme, ma ora è davvero difficile obbligare le persone a indossare le mascherine e rispettare il distanziamento sociale. Molto spesso è possibile vedere assembramenti nei suq, negli ospedali o nelle moschee. Purtroppo qui la densità abitativa è molto alta e le persone vivono in miseria.

Molto spesso non possono permettersi gel disinfettanti o i principali dispositivi di protezione individuale, come le mascherine.

Qui non è possibile determinare l’andamento delle vendite dato che c’è molto dislivello sociale: ci sono persone del villaggio che hanno molta disponibilità economica e riescono a comprare gel e mascherine, mentre per i poveri l’unica preoccupazione è quella di nutrire i propri figli.

Prima del Covid le vendite erano ottime e facevo credito a poche famiglie, ma ora molte famiglie hanno debiti con me, ma non possono pagarli a causa della carenza di lavoro, della disoccupazione diffusa tra le persone, delle risorse e degli introiti limitati.

Le poche persone che lavorano hanno una paga molto bassa, necessaria solo per garantire il pane sulla tavola e le prime necessità per la casa: a causa di ciò molte persone richiedono di far credito qui.

L’Eid non è più la festività di un tempo, ora viviamo in una condizione tragica e, a causa dell’aumento dei cosi, le persone non possono cucinare i tipici piatti della festa o comprare dolci, vestiti ecc.

Per le persone sospette d’infezioni o infettate dal Covid vengono fatti dei tamponi nei centri medici, in modo tale da tracciare l’eventuale positività. Ci sono, però, molte persone ignorante che sottovalutano i sintomi, ritenendo di avere una debole e normale malattia. Nonostante ciò, ci sono persone che rispettano la quarantena e rimangono a casa fin quando non sono sicuri della propria positività o negatività.

Sin dall’inizio della pandemia raccomando i miei clienti di seguire le norme, di rispettare la distanza di sicurezza e di indossare le mascherine quando si recano nei supermercati o nei centri medici. Molto spesso, però, le persone sono infette e non manifestano sintomi, quindi infettano altre persone, tra cui coloro che hanno disturbi cronici.

Spero che le organizzazioni e le onlus ci possano aiutare con ceste di cibo e dispositivi di sicurezza, ambedue molto carenti nella zona a causa della situazione tragica, dell’aumento dei prezzi e della disoccupazione. Bilal Amin al-Nunu dalla città di Maarat al-Numan, ora esiliato nel villaggio di Zardana».

Com’era la tua vita prima dell’esilio?

«Il Ramadan nella mia città era davvero bellissimo, nonostante i bombardamenti lanciati dal regime siriano di Bashar al-Assad contro la mia città, Maarat al-Numan. Nonostante ciò, noi eravamo felici di restare a casa e supportarci l’un l’altro. Eravamo semplicemente felici.

Credo che essere bombardati sia molto più semplice dell’essere esiliati dalla tua regione o dal tuo paese. All’epoca avevamo anche un lavoro, ora vi è un alto tasso di disoccupazione e non ci sono entrate sufficienti per poter nutrire i nostri figli».

Com’è stato vivere il secondo Ramadan nel bel mezzo della pandemia da Corona Virus?

«Le persone qui non rispettano i criteri di prevenzione anti-Corona, come per esempio indossare i dispositivi di protezione individuale. C’è troppa disoccupazione, quindi le persone non danno molta importanza alla pandemia».

La tua famiglia e i tuoi amici ti sono stati vicini dopo l’esilio?

«I miei fratelli si trovano molto lontano da Idlib e dalla Siria: non posso visitarli, data la loro lontananza. Allo stesso modo anche la mia famiglia. Quando siamo stati spostati, non abbiamo avuto un luogo per incontrarci a causa dell’improvviso esilio, dovuto ai violenti bombardamenti.

Abbiamo dovuto mettere in salvo la nostra famiglia e i nostri bambini dai bombardamenti, per poterli salvare da una morte sicura».

Le persone sono interessate alla prevenzione da Coronavirus?

«Le persone cercano di adottare le precauzioni adeguati, dalla mascherina all’utilizzo di gel disinfettante».

Cos’è cambiato dallo scorso Ramadan pre-Covid?

«Durante lo scorso Ramadan non vi erano molti infetti e non davamo molta importanza al virus. Quest’anno, invece, i numeri dei positivi sono cresciuti esponenzialmente e il virus si diffonde velocemente.

Le persona, ora, sono spaventate dal virus e dal gran numero di morti. Noi rispettiamo le restrizioni e la prevenzione per fermare la pandemia, mettiamo la mascherina, rispettiamo la quarantena e cerchiamo di non diffondere il virus».

Le moschee hanno permesso di eseguire la preghiera collettivamente?

«Sì, alcune persone vanno in mosche a pregare, ovviamente coloro che non sono positivi. I positivi seguono le misure e rispettano la quarantena, pregando a casa e rimanendo in completo isolamento».

Cosa provi nel vivere il mese di Ramadan da esiliato?

«Solo Dio sa quanto è difficile vivere questa tragica esperienza a causa della mancanza di lavoro, di soldi sufficienti a sfamare la famiglia. L’aiuto umanitario è davvero esiguo, specialmente nei villaggi».

Come fai ad affrontare le spese quotidiane?

«Qui non c’è lavoro a causa della posizione geografica in cui ci troviamo. Qualche giorno lavoro occasionalmente come agricoltore o come muratore, o faccio ciò che mi viene richiesto da coloro che hanno lavoro. Molto spesso chiamo mio fratello che non vive in Siria per chiedergli di spedirmi del denaro.

Vivere è davvero difficile senza denaro e con una famiglia di cinque figli ci servirebbero almeno 100 lire turche al giorno, ovvero l’equivalente di 10 euro. Molto spesso è difficile racimolare anche l’equivalente di 3 euro. Voglio fare un appello alle organizzazioni filantropiche per poterci aiutare e provvedere ad inviarci i vaccini anti-Covid. Cerchiamo disperatamente aiuto».

di Khaled Abo Ahmad Shallah e Arab_Ita

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