Il porto di Napoli è tra i principali scali turistici d’Italia -terzo nel 2019 per traffico crocieristico- ma non solo. Infatti, il traffico mercantile è negli ultimi anni fortemente in crescita. Napoli è un polo centrale per lo scambio di merci in tutto il Paese; a confermarlo sono anche gli investimenti fatti per l’upgrade della rete infrastrutturale.

Con un movimento di merci in entrata e in uscita di oltre 32milioni di tonnellate è tra i primi dieci porti d’Italia. Ha visto un forte aumento nel traffico di container -terzo in Italia in questo ambito- a discapito dei RO-RO su gomma, in leggera diminuzione.
Ma il porto di Napoli non è esclusivamente una gigantesca infrastruttura, fatta di calate, moli e banchine moderne, in parte accessibile solo ai tecnici. Il porto di Napoli è custode di una storia quasi trimillenaria.

Fondato dai greci tra il VII e il VI sec. a.C. a seguito della nascita della città antica, il porto ha subìto negli anni diverse trasformazioni a opera dei popoli che hanno governato la città; ha raggiunto gloriosi fasti prima con i Normanni e poi con i Borbone, affermandosi tra i più attrezzati d’Europa.

Il fatto che più colpisce nella storia del porto è la variazione del litorale napoletano, data dal costante avanzamento della banchina verso il mare, come appurato dai reperti trovati in Piazza Municipio, Piazza Bovio, Piazza Nicola Amore e altri luoghi. In epoca greco-romana il mare raggiungeva pressappoco l’attuale Corso Umberto. L’aggressiva azione dell’uomo dell’ultimo secolo ha definitivamente modificato la linea di costa, influendo negativamente sul rapporto della città e dei cittadini con il mare stesso.

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La linea di costa della città di Napoli è quasi per tutta la sua lunghezza segnata dalle attività portuali. Godere del mare partendo dal centro antico non è facile; il porto -recintato- risulta essere un enorme filtro tra la città e la banchina. Viene così da dire, ricordando il libro di Anna Maria Ortese, “il mare non bagna Napoli”.

La ricerca universitaria propone spesso come tema la rimodulazione di questi spazi, tentando di risolvere il cosiddetto waterfront. L’idea è di restituire ai cittadini napoletani il contatto con il mare; ma anche recuperare nel contempo gli edifici storici che coesistono alle macchine portuali, come la Chiesa dell’Immacolatella, la Casa del Portuale di Aldo Loris Rossi, il Mercato ittico di Luigi Cosenza o i Magazzini Generali di Marcello Canino.

Quest’ultimo è stato recentemente oggetto di un progetto di ristrutturazione, già avallato dalla Soprintendenza, e portato avanti proprio dalla Regione e dal Comune. L’obiettivo è trasformare l’edificio degli anni ’40 nel Museo del Mare e dell’emigrazione, per contenere l’archivio storico del porto, delle storie di chi più di un secolo fa ha abbandonato la propria terra per cercare fortuna in America.

Dunque si spera che come ci siano segnali di ripresa dal punto di vista economico e turistico per il porto di Napoli, si possa vedere una crescita anche dal punto di vista sociale e culturale, per far guadagnare alla città nuovi spazi che la riavvicinerebbero alle grandi città marittime europee.

di Francesco Cimmino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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