La situazione esplosiva delle carceri. Le scarcerazioni dei boss mafiosi. Le assurde concessioni ai detenuti. Questo è quello che emerge da una lunga chiacchierata tra il giornalista Paolo Chiariello (direttore del portale www.juorno.it) e il magistrato antimafia e antiterrorismo Catello Maresca, oggi sostituto procuratore generale a Napoli.
Paolo Chiariello - Photo credit Gabriele Arenare
Paolo Chiariello – Photo credit Gabriele Arenare

Dottore, lo so che è brutto dire “ve l’avevo detto”, eppure lei segnalava quello che sarebbe accaduto nelle carceri ad inizio marzo. Lei coglieva segnali di insofferenza che potevano diventare rivolta.
Lei raccontava di tentativi maldestri di approccio dei mafiosi al 41 bis che premono in mille modi per un allentamento del regime del carcere duro. Insomma, lei segnalava troppe cose che poi si sono verificate…”.

L’approccio per una intervista al magistrato Catello Maresca è questo. Ma lui con la serietà dell’uomo e del servitore dello Stato manifesta immediatamente tutta la sua amarezza.

«Guardi che io sono un magistrato, non faccio l’indovino. Anzi, se vogliamo dirla tutta, avrei preferito non azzeccarne una in questa triste storia. E invece…»

…E invece i boss hanno scatenato la rivolta in quasi tutti i penitenziari d’Italia, ci sono stati 14 morti, 52 feriti, più di 70 evasi, danni per milioni di euro alle strutture e agli arredi delle carceri. Eppure sembrano lunghi echi che da lontano si confondono… «Eh, che cosa vuole che le dica? Qual è la domanda? Non ero contento di quanto è accaduto, ancora meno sono contento di quanto sta accadendo. Lei conosce qualcuno in questo Paese felice di apprendere che fior di mafiosi escono dal carcere perché stanno poco bene o perché c’è pericolo che possano essere contagiati dal coronavirus?».

Immagino i familiari dei boss siano felici, immagino i picciotti siano felici.

«Bene. Non gli italiani, però. La scarcerazione dei boss è un vulnus che deve essere sanato. Lo scaricabarile della politica su chi è il colpevole di queste scarcerazioni non contribuisce a fare chiarezza in quel che accade e a fermare questa fuga di massa dalle carceri di gente pericolosa socialmente.
C’è una circolare del Dap – Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – del 21 marzo che fa confusione e che getta la croce addosso ai magistrati circa la gestione della crisi sanitaria determinata dalla emergenza Covid-19.
Si cominci a chiudere questa parentesi di confusione e a trattare in maniera seria, ordinaria, la scarcerazione di chiunque è in condizioni di salute talmente gravi che sono incompatibili con la detenzione. Queste condizioni le accertano professionisti in campo medico, non lo decidono al Dap e il Dap non può scaricare sui magistrati queste decisioni. In un Paese serio, ognuno con serietà deve assumersi la responsabilità dei propri comportamenti. E l’Italia è un Paese serio».

Siamo in tempi di pandemia però…

«Pure questa storia della pandemia, della paura del contagio, del coronavirus, che è una questione drammatica per il carico di dolori e sofferenze che ci stiamo sobbarcando, se permette fa un pochino ridere.
Noi che lavoriamo per lo Stato sappiamo di essere in un grave stato di emergenza dal 31 gennaio del 2020, quando il Governo decretò lo stato di emergenza e si preparò, devo dire con lungimiranza, a quanto poi sarebbe accaduto. Mi chiedo: al Dap che cosa facevano? Perché il 21 marzo si sono svegliati ed hanno mandato questa circolare in giro per le carceri ad avvisare che chi sta male, chi non sta bene, chi rischia il contagio, chi potrebbe rischiarlo, chi è già contagiato, magari fa richiesta al giudice di sorveglianza e volendo se ne può uscire, magari differire la pena a dopo la fine dell’epidemia? E poi chi stabilisce quando finisce l’epidemia? Forse era meglio attrezzarsi per tempo facendo altre scelte. La soluzione non è certo quella di mandare tanti detenuti a casa e di far sentire tantissimi altri detenuti in un albergo di lusso con telefonate illimitate, collegamenti Skype e altro che le risparmio per tenerseli buoni».

Sì, ma non sono state fatte queste “altre scelte”. Oggi molti boss sono stati scarcerati, altri fanno richiesta di scarcerazione o differimento della pena. L’ultimo scarcerato è Pasquale Zagaria. L’ultimo richiedente la scarcerazione è Raffaele Cutolo. Che cosa si fa?

«Intanto non parlo di casi singoli, analizzo un fenomeno. Che cosa si fa, domanda lei?
Bene, si riconoscono gli errori, si torna indietro, si eliminano norme e circolari che generano confusione e si gestisce bene l’emergenza sanitaria nelle carceri, tutelando la salute di tutti. Tutti. Anche della polizia penitenziaria e di chiunque altro a qualsiasi titolo entra per lavoro nel carcere. E poi le scarcerazioni le stabiliscono in via normale i soggetti che se ne occupano normalmente. I detenuti meritano rispetto? Sì, certamente. Ma ancor di più meritano rispetto i cittadini che hanno subito reati da chi è stato arrestato.
Meritano rispetto uomini e donne della polizia giudiziaria (carabinieri, polizioti, finanzieri, chiunque indossa una divisa dello Stato), i magistrati, i giudici che si sobbarcano una responsabilità enorme quando decidono della libertà di una persona. Bisogna rispettare le leggi dello Stato alle quali tutti, proprio tutti, siamo soggetti».

Per aver detto queste cose lei come anche il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri siete stati minacciati, insultati sul web da parte di congiunti di detenuti…

«Non ci spaventano le minacce reali di mafiosi, figurarsi quelle virtuali sul web da parte di ignoranti che spesso si nascondono dietro identità fasulle. Saranno i magistrati a capire se e cosa c’è di vero dietro queste minacce ed insulti sui social network. E chi ha sbagliato, come sempre pagherà.
A me interessa la solidarietà e l’affetto di migliaia di persone che mi scrivono e mi chiedono di fare esattamente il mio lavoro di servitore dello Stato indossando la toga.
A me fa piacere la solidarietà evidentemente di colleghi, membri del Csm, avvocati, uomini delle Istituzioni. Io devo rendere conto, e lo faccio ogni giorno, solo allo Stato, di cui sono un servitore».

Perché non le piace ricordare a quei politici che oggi fingono di accapigliarsi “ve l’avevo detto, dovevate pensarci per tempo”.

«Guardi, le dico una cosa che forse le sembrerà banale ma per me è essenziale. Credo che ognuno di noi debba essere giudicato non per quello che dice di aver fatto ma per ciò che ha fatto. Nel nostro Paese devono contare le azioni non le chiacchiere. A parole siamo tutti bravi. E però, mi creda, non siamo tutti bravi e irreprensibili come diciamo».

Apprendiamo in chiusura del
magazine la notizia delle dimissioni dell’ex capo del Dap Francesco Basentini.

di Paolo Chiariello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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