Leticia Mandragora è l’artista italo-spagnola nativa di Madrid giunta in Italia a 15 anni. Trasferitasi a Napoli, l’arte dei graffiti l’ammalia a tal punto che oggi è nota per i suoi ritratti blu. L’ultimo realizzato è un imponente Maradona.
Come nasce il tuo percorso artistico?
«Ho iniziato ad interessarmi al mondo underground legato alla cultura dell’hip hop tra cui c’è la disciplina del graffito. Prevede l’utilizzo delle bombolette spray su tessuto urbano, i primi anni sono stati di sperimentazione. Ho seguito vari artisti per apprendere le tecniche poi, ho adottato un filo artistico più coerente rappresentando i miei soggetti con il blu».
Quale significato attribuisci all’uso del blu?
«È un colore particolare, mi è capitato per caso. Con il tempo ha trovato una sua razionalità, ho riscontrato attinenze tra il mondo spirituale dell’immagine femminile. A me serve per estrapolare la visione materialistica della persona ed elevarla alla sfera sentimentale. Solo gli occhi lascio colorati perché per me sono la finestra tra spirito e realtà».
Come approcci alla realizzazione dei tuoi progetti?
«Il mio rapporto con i murales è particolare. È difficile sapere come sarà l’opera che mi accingo a realizzare. Mi piace lasciarmi guidare dall’istinto e così, come in un puzzle, tutto trova la propria posizione».
Come nascono le tue collaborazioni per i murales?
«Dipende dal contesto. O si tratta di commissioni private o progetti. Sia progetti artistici come festival, per esempio a Miami ho partecipato all’Art Basel che è uno dei festival più importanti di arte contemporanea, o associazioni che si occupano del sociale e decidono di operare nelle aree periferiche».
E per il tuo ultimo murales?
«Nel caso del murale di Maradona la dinamica è stata diversa. È stato voluto da un gruppo di ragazzi, hanno deciso di adoperarsi per donare una facciata a un quartiere popolare, una palazzina di Via Rossini a Frattamaggiore».
Ha avuto molta risonanza a livello mediatico…
«Sì, il muro che hanno scelto ha una visuale impattante. Affaccia sull’imbocco dell’Asse Mediano per Frattamaggiore ed è visibile lungo il tragitto in auto. È piaciuto molto e ne sono contenta, ho ricevuto parecchi complimenti dall’Argentina e da diversi giornali all’estero, persino in Russia. Ha dato soddisfazione anche alla gente del posto».
Quanto hai impiegato a realizzarlo?
«Una settimana, poi ne ho realizzato un altro a Gragnano un mese prima per cui ho impiegato più tempo».
Quale ti sei divertita di più a realizzare?
«Sono diversi. Quello a Gragnano è un Maradona di fine allenamento con il completo della squadra. È un Maradona in bianco e nero che ho posizionato in un campo di grano per omaggiare la città della pasta. Quello a Frattamaggiore mi appartiene un po’ di più. Rappresenta la fede come spirito propositivo, la maglia bianca simboleggia il calcio popolare, non il calcio legato al mondo dei soldi. Lo sfondo è oro perché queste strutture popolari vanno impreziosite e con il pibe de oro non potevamo scegliere colore diverso».
Che filosofia attribuisci alla connessione con l’opera?
«C’è bisogno di unione e comprensione. Tengo al tempo impiegato alla realizzazione dell’opera e non solo alla realizzazione fine a sé stessa. Creare qualcosa non solo perché funzionale ma anche a livello intellettuale. Se non c’è un minimo di poesia, se non c’è un po’ di poetica dietro le cose poi diventano sterili. Questo mi spinge a continuare su questa strada».
Qual è il tuo rapporto con Napoli?
«Napoli è amore e odio. È una città che per tanti aspetti mi ha chiuso porte. È meravigliosa però la sua funzionalità, a volte è ostacolata da troppi interessi. Esser donna e lavorare nell’urbanistica è difficile, non ha la stessa credibilità che avrebbe per un uomo. Potermi esprimere a Napoli tutt’ora è una lotta».
di Chiara Del Prete
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217
MAGGIO 2021



















