Il Paese delle polemiche: come fai, sbagli

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La dialettica politica è, fortunatamente, alla base di qualsiasi sistema democratico degno di essere definito tale.

Anche chi oggi, in Italia, ha l’opportunità di compiacersi pubblicamente dei pieni poteri “democraticamente accordati dal Parlamento a Orban” dovrebbe saperlo: le forze politiche di opposizione alla democraticissima dittatura ungherese potrebbero non godere degli stessi privilegi. Altrettanto dovrebbe sapere Libero, che anticipa in prima pagina stamattina “Liberazione: un bidone pieno di nulla“. Ma, forse, durante il nostro roseo periodo fascista sarebbe stato fra le poche testate elette a possedere la libertà di stampa (se di libertà si può parlare).

Tuttavia, anche nel dibattito politico fra forze di maggioranza e di opposizione che, oltretutto, trascina con sé cospicue fazioni di popolazione schierate a difendere le ragioni dei propri paladini, si richiederebbe un minimo di decenza. Non parlo di intelligenza o perspicacia, bensì di un minimo di buongusto. Quello di tacere, se necessario e se non si ha nulla di oggettivamente costruttivo da proporre, di fronte ad uno scenario di distruzione paragonabile a quello dell’ultimo dopoguerra che, è inutile nasconderlo, ciascuno di noi con il proprio menefreghismo ha contribuito ad accrescere.

Mea culpa

Forse, se ciascuno avesse rispettato responsabilmente quello che il governo, prima delle misure più stringenti, raccomandava, appellandosi al buonsenso (inesistente) dei cittadini, oggi non conteremmo un numero di morti a tre cifre (e stiamo migliorando) ad ogni bollettino. Forse – e dico forse – se in Lombardia ci si fosse impegnati a rispettare pedissequamente le direttive emanate dal governo con i DPCM, invece di sottolineare quanto fossero dittatoriali e darsi improvvisamente al fitness all’aperto, oggi conteremmo qualche morto in meno. Forse. Forse, se la chiusura della Lombardia non si fosse immediatamente trasformata in una caccia al treno per il sud, oggi non avremmo svariati comuni-focolaio in quarantena forzata e misure ancor più restrittive di quelle emanate dal governo, qui in Campania.

De Luca conosce i suoi polli“, si dice. Eppure non ci sono evidenze scientifiche a prova del fatto che l’essere ligi al dovere subisca l’influsso di latitudine e longitudine. I furbetti del nord non sono poi così diversi da quelli del sud. Come non lo sono i camorristi, i corrotti, i cittadini perbene e quelli meno. Del resto, nel capolavoro di Orwell, La fattoria degli animali, a stabilire che “tutti gli animali sono uguali ma alcuni animali sono più uguali di altri” erano i porci, chissà perché.

Polemiche sterili

In ogni caso, lo scenario del dibattito politico e pubblico delle ultime settimane si è trasformato in un trambusto allucinante, un teatrino a tratti tragicomico messo in scena a colpi di tweet, dichiarazioni basate su una dialettica molto spesso spicciola, condita da elenchi della spesa e paroloni come “dittatura” (la stessa dalla quale ci siamo liberati il 25 aprile, che però secondo alcuni è una ricorrenza superflua), “tradimento” et similia, il tutto veicolato da urla. Perché questo si fa quando si vuole imporre il proprio pensiero a tutti i costi: si urla.

Sembrerebbe quasi star attecchendo fra i più l’idea malsana che il governo si stia divertendo a tenerci chiusi in casa. Una sorta di esperimento ai limiti del sadismo, messo a punto da una task force di psicologi-psichiatri-neurologi, per la regia di Conte, per testare il nostro grado di sopportazione della reclusione forzata prima di implodere e affacciarci alla finestra, ma non per cantare. Ogni nuovo provvedimento scatena una critica diversa, talvolta diametralmente opposta a quella lanciata il giorno precedente. Lungi dall’affermare che non siano stati commessi errori, ma anche l’indecenza ha un limite.

La pandemia scoppia in Cina e il governo afferma di avere la situazione sotto controllo, per poi scoprire che così non è e correre ai ripari: e si scatena il putiferio. È un governo incapace, inaffidabile, affermava di avere sotto controllo una situazione che gli è visibilmente sfuggita di mano, Conte si dimettesse. Spiegateci, dunque, chi, il 20 febbraio, aveva alla mano dati sufficienti a prospettare uno scenario apocalittico come quello che stiamo vivendo. I primi campanelli d’allarme forse c’erano, le polmoniti sospette in varie regioni italiane. Peccato siano stati tutti insabbiati a monte dai vertici locali, con tanto di divieto agli operatori sanitari di indossare i dispositivi di sicurezza, per non creare panico (o almeno è quello che emerge da svariate inchieste e dalle testimonianze degli operatori sanitari).

La chiusura delle attività avviene in maniera graduale e caotica: prima le scuole, negozi aperti fino alle 18:00, apertura poi ristretta ai soli venditori di beni di prima necessità, fabbriche produttrici di beni non essenziali costrette ad arrestare la produzione. Ma non va bene. Era tutto aperto ma le proteste indignate dicevano di chiudere, adesso è tutto chiuso ma bisogna assolutamente riaprire perché tanto col virus si dovrà imparare a convivere e non ha senso tenere tutti chiusi in casa. La chiusura è stata graduale, ma doveva essere barricato tutto contemporaneamente, ma se avessero chiuso tutto in un colpo solo allora no, sarebbe stata una svolta dittatoriale con privazione delle libertà personali garantite dalla Costituzione. Ah no, lo è comunque.

E ancora: è necessario che Conte ci dica come dovremo affrontare la fase 2, pretendiamo una data per la riapertura, bisogna riaprire le scuole perché non è accettabile che i ragazzi meno abbienti siano privati del diritto allo studio e perché, con fabbriche e altre attività di nuovo attive, i genitori non sanno dove parcheggiare i figli piccoli. Partendo dal presupposto che dare numeri a casaccio non è esattamente indicato in un contesto simile, la fase 1 si protrarrà, stando ai fatti, fino al 3 maggio. Dopodiché, se entro quella data continuerà a regnare il caos, ci si potrà lamentare di non aver avuto direttive sufficienti a comprendere in che modo vivere la propria vita post-quarantena che, oltretutto, sappiamo già sarà costellata di regole basilari: guanti, mascherine e distanziamento sociale. Ma no, non va bene neanche quello. E se andasse bene ci stupiremmo.

Inutile parlare dei finanziamenti alle scuole per l’acquisto di tablet e della strumentazione consona al miglior espletamento possibile della didattica a distanza, del bonus baby sitter erogato a marzo, con dei ritardi frutto di una burocrazia ingarbugliata che non ha di certo architettato questo governo in una notte, burocrazia alla quale è da attribuire anche il ritardo nell’erogazione dei contributi per aziende e privati.

Ma non contenti ci si erge sul piedistallo a colpi di dichiarazioni, provenienti principalmente dalla Lombardia (regione che, alla luce dell’ultimo bollettino del 22 aprile, conta più di mille contagi), che annuncia la riapertura per il 4 maggio, perché “se non moriamo di Coronavirus moriamo di fame”. E così decidiamo di mandare all’aria allegramente due mesi di isolamento sociale in una settimana appena, per poi ritrovarci tappati in casa a giugno, con terapie intensive sature e medici allo stremo, al punto di partenza.

Ma l’importante non è ragionare con criterio, l’importante è remare contro, anche se non si sa bene contro cosa. Proporre soluzioni alternative random, e come attuarle poi si vedrà, tanto qualcuno a cui addossare la colpa, nel caso in cui le cose vadano male, si trova sempre; basta un po’ di fantasia. E tu, Conte, rassegnati: come fai, sbagli.

di Teresa Coscia

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