Il nuovo caporalato: braccianti, riders, tirocinanti, lavoratori precari

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Il caporalato ha avuto grande copertura mediatica negli ultimi anni, spesso però legata ad una percezione semplificata e stereotipizzata che ha relegato il fenomeno esclusivamente a certe categorie (gli immigrati), certi territori (il Sud Italia) e certi specifici settori del mercato del lavoro (l’agricoltura), trascurandone, dunque, la natura complessa e trasversale.

Se smettessimo di considerare il caporalato come una forma arcaica di organizzazione dei rapporti produttivi che riguarda esclusivamente i lavoratori agricoli o gli immigrati, noteremo come questo non sia poi un fenomeno così singolare. Noteremo come le lotte dei braccianti nelle campagne pugliesi sono in realtà non dissimili dalle lotte contro lo sfruttamento del lavoro nell’epoca della precarietà e dell’incertezza.

Cos’è innanzitutto il caporalato e cosa lo distingue dallo sfruttamento lavorativo?

La Treccani lo definisce come una “forma illegale di reclutamento e organizzazione della manodopera attraverso intermediari che assumono per conto dell’imprenditore – e percependo una tangente – operai giornalieri, al di fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare le tariffe contrattuali sui minimi salariali”.
Due sono quindi le sue caratteristiche principali (e i reati perseguibili dalla legge 199/2016): l’intermediazione illecita e lo sfruttamento lavorativo. Dove per sfruttamento lavorativo si fa riferimento a: retribuzioni sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro; violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, al riposo settimanale e alle ferie; condizioni di lavoro o alloggiative degradanti.
Ma l’immagine del caporalato come peculiare ai campi di pomodori della Calabria e della Puglia o ai frutteti della Sicilia è solo una versione di comodo. L’ultimo rapporto dell’osservatorio Placido Rizzotto parla di 450mila persone in condizioni di disagio sociale e sfruttamento lavorativo (di cui l’80% stranieri). A essere reso evidente un mutamento della geografia del caporalato che non riguarda più esclusivamente le regioni del Sud ma tutta la filiera agro-alimentare italiana, colpendo in maniera significativa Veneto, Lombardia, Toscana ed Emilia-Romagna. Meno evidente è la presenza di un nuovo caporalato che interessa altre categorie di lavoratori. Naturalmente, parlo dei riders, degli operai dei cantieri, dei tirocinanti o dei giornalisti precari che tolti gli abiti sporchi di terra, non sono poi così diversi dai braccianti. Sono categorie per i quali, purtroppo, non esiste ancora un osservatorio sul caporalato e sullo sfruttamento come quello della Coldiretti o della Flai-Cgil, il che li rende ancora più vulnerabili. Perché ciò che interessa al caporalato non è né il colore della pelle né il settore, ma la fragilità sociale che rende il lavoratore una perfetta vittima di ricatto e soprusi. Ancora di più se si pensa che alcune tipologie di lavoratori, classificati come “autonomi”, non hanno rappresentanza sindacale. Come i riders, appunto. Gli eroi della consegna a domicilio.

A maggio, una sentenza del Tribunale di Milano ha commissariato la sezione italiana della multinazionale Uber Italy per il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Le indagini, conclusesi a ottobre, hanno fatto emergere condizioni di lavoro degradanti con retribuzioni attorno a 3 euro a consegna al di là dell’orario di lavoro, delle condizioni atmosferiche o del tragitto percorso per la consegna. Accanto a questo, minacce, sottrazione delle mance e “punizioni” attraverso la decurtazione del compenso pattuito o la fine immediata del rapporto di lavoro. Sempre a ottobre, si è tornato a parlare – anche se in maniera più marginale – dello sfruttamento adoperato da aziende, enti pubblici e privati nei confronti di tirocinanti, stagisti e apprendisti, spesso costretti a lavorare quanto o più degli impiegati, non retribuiti e senza tutele. Una forma di sfruttamento legalizzato che intrappola migliaia di giovani in una condizione di precarietà, approfittando della necessità di inserirsi nel mercato del lavoro. A far riemergere il discorso una risoluzione approvata dal Parlamento europeo che chiede oltre alla qualità della formazione, retribuzioni per i tirocini extracurricolari e perlomeno rimborsi per i tirocini curriculari. Peccato che la risoluzione non sia vincolante e che con la pandemia in atto e i suoi effetti le cose non potranno che peggiorare. Meno si parla invece del caporalato della stampa, fatto di contratti irregolari e senza tutele, ricatti e articoli pagati (se pagati) ai collaboratori giusto qualche euro al chilo.
Quello che viene fuori da questi pochi casi citati è un cancro che accomuna tutto il mercato del lavoro italiano, un problema tanto rurale quanto urbano e che riguarda le aree geografiche e i settori meno sospetti. Il che renderebbe necessario guardare non sempre e solo agli “schiavisti” e quindi agire con arresti e repressioni ma alle cause strutturali alla base. L’assenza di soluzioni istituzionali per quanto riguarda i meccanismi di collocamento pubblico e i sistemi di trasporto dei lavoratori stagionali. La presenza di leggi come la Bossi-Fini e i decreti Salvini, che legano permessi di soggiorno e contratti di lavoro. I fattori che spingono i lavoratori ad accettare paghe misere, condizioni degradanti e precarie. Assenza di alternative, senza le quali difficilmente le cose potranno cambiare.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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