Il liquido seminale, più del sangue, può essere utilizzato come biomarcatore per il monitoraggio ambientale di chi vive in zone ad alto rischio ambientale.

Gli studi dell’uroandrologo Luigi Montano, presentati anche al Congresso europeo di Barcellona sulla riproduzione umana, spiegano come l’inquinamento ambientale si trasferisce alla progenie. L’apparato riproduttivo infatti è il primo a essere esposto ad ogni tipo di stress. Confrontando 222 maschi, omogenei per età, stile di vita (non fumatori), indice di massa corporea, provenienti da due zone della Campania, la terra dei fuochi, ad alto impatto ambientale, e la zona del Sele, nel salernitano, poco inquinata, si sono notate nel seme differenze significative in termini di bioaccumulo di metalli pesanti, in particolare cromo, insieme a danni per lo stress ossidativo, riduzione degli enzimi antiossidanti, allungamento dei telomeri spermatici e danni al DNA degli spermatozoi che rendono più vulnerabili i nuovi nati.

Un altro sistema per valutare esposizione alla contaminazione ambientale è quello di trovare le loro tracce nei capelli. La prof.ssa Stefania Papa dell’Università Luigi Vanvitelli di Caserta ha relazionato sui danni che i metalli pesanti apportano in un’area come quella del litorale domitio flegreo e dell’agro aversano che comprende circa 75 comuni tra Napoli e Caserta in cui c’è una presenza di attività industriale, presenti e dismesse, ma anche discariche, siti di compostaggio ed aree deputate alla vendita di idrocarburi, identificata quindi come territorio altamente a rischio per la contaminazione ambientale. Lo studio presentato ha riguardato 34 donne in età fertile dai 20 ai 30 anni per vedere come questo corredo venga poi trasferito al feto nella gravidanza. I bambini sono quelli maggiormente esposti alle contaminazioni ambientali e riflettono gli effetti tossici dei metalli. Questi infatti sono elementi ubiquitari e mentre alcuni come il rame ed il selenio sono indispensabili per la vita, ve ne sono altri come il cadmio ed il piombo che già a basse dosi possono essere tossici riuscendo a sostituirsi al calcio delle ossa o allo zinco nei gruppi eme degli enzimi. Negli ultimi decenni con l’aumento dell’attività antropica c’è stato un aumento dei metalli tossici presenti nell’aria, nell’acqua, nel suolo e nel cibo che possono passare nell’organismo attraverso la pelle, l’apparato digerente e quello respiratorio. Gli eccessi dei metalli vengono escreti attraverso il sudore, le urine e le feci ed i capelli. Proprio i capelli sono stati utilizzati come strumenti dell’analisi tossicologico ambientale perché, oltre ad incrementare la finestra di tempo in cui la loro sosta è indagata, registrano anche un eventuale cambiamento del contenuto nella loro lunghezza. I metalli, attraverso la cheratina e grazie alla cistina, si fissano in tutta la struttura del capello sia in maniera esogena (cosmetici, farmaci, ambiente) che endogena. I capelli quindi costituiscono un enorme reticolo capace di attrarre i metalli per cui sono utili per il monitoraggio ambientale. Un test poco costoso e con capacità di accumulo 10 volte in più rispetto al sangue ed alle urine. I risultati hanno evidenziato un enorme accumulo dei metalli. La situazione non cambia tra Napoli e Caserta. I metalli trovati sono tutti al di sopra della normativa a differenza dell’alluminio. Questi primi dati attestano che i capelli sono in grado di assorbire elementi minerali potenzialmente tossici sia per le tipologie del nostro territorio che per l’incidenza dell’apporto antropico inoltre gli accumuli dei metalli saggiati sono abbastanza simili per entrambe le aree. Il prossimo obiettivo è aumentare il numero dei soggetti ma anche la possibilità di poter fare uno studio integrato che contempli oltre l’analisi dei metalli nel capello anche una comparazione degli stessi nel sangue, nelle urine e nel cibo che viene ingerito, il che rappresenterebbe uno strumento indispensabile per valutare le influenze determinanti dei metalli sull’uomo.

di Girolama (Mina) Iazzetta

Tratto da Informare n° 184 Agosto 2018