«Il mio Diego in un album di famiglia»: Yvonne De Rosa e la costruzione artistica della mostra

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Laureatasi in Scienze Politiche all’Università Federico II di Napoli e formatasi poi presso il Central Saint Martins College of Art & Design di Londra, Yvonne De Rosa è una fotografa napoletana classe 1975. Nel 2006 conquistava il Premio Internazionale delle Donne in Fotografia e, nel 2007, il suo libro di debutto “Crazy God” – nel quale, attraverso degli scatti, ha dato testimonianza di un ospedale psichiatrico ormai chiuso documentandone le rovine e le tracce lasciate dai pazienti – è stato selezionato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ed esposto alla Conferenza Mondiale sulla Povertà e la Salute di Venezia. Con l’obiettivo di “portare la fotografia fuori dagli spazi convenzionali e, usando anche il linguaggio della street art, rendere fruibile la fotografia a un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo” – nel 2015 dà vita a “Magazzini Fotografici”, uno spazio espositivo nel cuore di Napoli di cui è direttrice artistica.
In occasione della mostra fotografica di Sergio Siano “Diego Armando Maradona: il riscatto sociale attraverso lo sport”, allestita negli spazi del Centro Commerciale Jambo1 di Trentola Ducenta, Yvonne De Rosa ha rivestito i panni di curatrice sapendo creare una narrazione dal sapore cinematografico.
Ha saputo, attraverso i 134 scatti presentati da Sergio Siano, dare risalto al lato umano del fuoriclasse argentino, anima di una Napoli che difficilmente lo dimenticherà.

Yvonne, lei è nota per focalizzarsi sulla rappresentazione dei ricordi e, ovviamente, anche per narrare una storia attraverso gli scatti. Com’è stato curare la mostra di Diego?

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«Raccogliere delle memorie del passato attraverso l’archivio di Sergio Siano e trasformarlo in un piccolo scrigno della memoria è stato emozionante.
L’intento è sempre quello di poter permettere a chi guarda di fare un vero e proprio tuffo nel passato, per questo, anche la cura del libro dedicato alla mostra è stata focalizzata su quest’obiettivo.
L’idea ultima era quella di ricreare una sorta di album di famiglia. Infatti, intenzionalmente, alcune foto sono state lasciate nella dimensione tipica delle foto di famiglia.
È stata poi mia premura utilizzare un tipo di carta particolare, estremamente soffice al tatto poiché molto spesso, quando guardiamo un’immagine che ci piace, tendiamo naturalmente a sfiorarla».

In quanto napoletana sente davvero che Maradona sia stato un simbolo di riscatto sociale?

«Sì, in quel momento grazie a quella vittoria tutta la città era unita senza distinzioni di fasce sociali in una gioia condivisa.
Questo tipo di condivisione, a prescindere dalle proprie condizioni, è un qualcosa di molto difficile da vedere. E, infatti, non credo che sia più successo».

Ha qualche ricordo particolare legato alla figura di Maradona? È riuscita a riviverlo durante la selezione delle foto?

«Tanti, essendo napoletana e avendo vissuto quei momenti e quelle feste ne ho parecchi. Anche in famiglia, perché si seguiva il calcio. Un ricordo particolare è quello legato alle collette che organizzavano i condomini per poter tingere i palazzi d’azzurro o per compare addobbi per poter decorare tutto. Era incredibile poter vivere quei momenti e, guardando le foto dei festeggiamenti, mi sono ritornate in mente tutte queste cose che, ammetto, avevo quasi dimenticato».

Il pubblico come ha reagito alla mostra?

«Sono commossa per il modo in cui ha reagito il pubblico, in dieci giorni abbiamo riempito sei libri di commenti affettuosi, sentiti… quindi si è avuta una reazione assolutamente positiva. Le persone che hanno visitato la mostra hanno avuto piacere di farlo e, soprattutto, è stato bello vedere che ci hanno tenuto a lasciar scritte le proprie emozioni».

Lei è direttrice del progetto “Magazzini Fotografici”, come nasce l’idea di cercare questo spazio a Napoli dedicato alla fotografia?

«Questo è quello che amo fare per cui, una volta tornata a Napoli, ho pensato che fosse il caso creare uno spazio dedicato alla fotografia visto che non c’era. Volevo provare a fare qualcosa di bello per la città anche perché il luogo in cui si trova, il centro storico, è praticamente il cuore pulsante di Napoli, lì c’è la nostra anima e va sostenuto e vissuto con consapevolezza.
Farlo lì è stata una scelta sentita, dato il forte legame che sento col posto. Napoli, e anche io, avevamo bisogno di un posto dove poter parlare di fotografia, confrontarsi, crescere e scambiare idee».

 

di Rossella Schender

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N° 220 – AGOSTO 2021

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