Il limbo dei Disturbi del Comportamento Alimentare

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Stretta conseguenza del cambiamento delle condizioni sociali, storiche e politiche nell’era della globalizzazione è stata la manifestazione del disagio psichico che si riversa sul cibo. Figli di una cultura che propone modelli rigidi come esempi e oggettifica i corpi, i Disturbi del Comportamento Alimentare svuotano di vitalità i soggetti affetti rinchiudendoli in un limbo ossessivo al centro del quale c’è l’ora imminente del pasto che bisogna fare o saltare.

La dott.ssa Nikla Bene, Psicologa e Psicoterapeuta della Gestalt, esperta in Terapia dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ha collaborato con l’ABA – Associazione per lo Studio e la Ricerca sull’Anoressia, la Bulimia e i Disordini Alimentari – e, presso il Centro “Psicoterapicamente”, affiancata a un’equipe multidisciplinare, opera per la gestione di problematiche legate a disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, disturbi alimentari e dipendenze patologiche. «I Disturbi del Comportamento Alimentare hanno solitamente il loro esordio nell’adolescenza anche se negli ultimi anni si stanno verificando casi tra ragazzi di 11 e 12 anni – ha sottolineato –. I DCA possono essere divisi in tre grandi macrocategorie: anoressia, bulimia e binge eating. Qualche anno fa l’anoressia era sicuramente il più diffuso o, quantomeno, quello più visibile a occhio nudo. La bulimia, invece, nascondendosi in un corpo normopeso incide sui tempi di scoperta e risoluzione del disturbo. Allo stato attuale c’è poca informazione sul binge eating, la tendenza a mangiare compulsivamente soprattutto il cosiddetto “cibo spazzatura”, identificato erroneamente con l’obesità che, in fin dei conti, è solo una stretta conseguenza dello stesso».

I DCA nascono da problemi di autostima?

«È sicuramente la punta dell’iceberg, la parte più visibile del disturbo. Ma in tutte le situazioni di DCA il corpo, la dieta, le calorie e il cibo non c’entrano mai nulla. Ci sono spesso problematiche molto delicate quali un maltrattamento, un abuso sessuale, un disturbo della personalità. Bisogna precisare che il DCA è un disturbo psichiatrico che sfocia poi in questo rapporto malsano col cibo».

Perché le donne sono più colpite dai DCA?

«Le risposte sono diverse: innanzitutto le donne sono più attaccate, per cultura, alla questione dell’immagine del corpo e di come la si propone all’esterno. Questo influisce sull’esordio del disturbo ma sicuramente non è l’unico motivo scatenante. Alla base ci sono una serie di motivi riconducibili allo sviluppo psicosessuale della donna ciò vuol dire che, nel processo di crescita, la donna deve affrontare una serie di questioni, inconsce o meno, relative allo sviluppo della sua identità sessuale e di genere. Quindi, più che avere problemi per il modo in cui il proprio corpo viene mostrato, il perno è proprio il modo in cui si vive l’essere donna».

L’uso sbagliato dei social, la demonizzazione di alcuni alimenti o la promozione di regimi alimentari influiscono su un adolescente?

«Assolutamente sì. Il nutrizionista su TikTok, per esempio, nei secondi che ha a disposizione dà una notizia vera ma non specifica il contesto in cui bisogna applicare un metodo piuttosto che l’altro e, la persona con disturbo del comportamento alimentare, da quest’informazione in pillole trae solo quel che le è utile in quel momento. Il tipico atteggiamento di chi soffre di DCA è infatti quello di cercare consigli per il dimagrimento sui social tramite determinati hashtag e ho potuto notare che sotto alcuni video di professionisti questi compaiono. Il bacino d’utenza è troppo ampio e bisognerebbe fare informazione con più prudenza».

Esistono dei segnali da cogliere per prevenire i disturbi alimentari?

«Ce ne sono tanti soprattutto nei ragazzi che vanno ancora a scuola. Importantissimo è l’isolamento. Ragazzi abbastanza socievoli, in modo graduale, iniziano a isolarsi rifiutando l’invito per la pizza del sabato sera o evitando di fare merenda. Qualsiasi situazione di socialità sarà evitata non per la socialità in sé ma perché, il più delle volte, comprende un momento di convivialità e, siccome bere o mangiare significa assumere calorie, allora si eviterà. Altro segnale, più evidente in famiglia, è la selezione alimentare. Si inizia con le diete fai-da-te evitando pasta, pane e dolci per poi ridurre l’assunzione di cibo fino a non saper più come fermarsi».

Qual è il modo migliore per aiutare una persona che soffre di DCA? Quando bisogna ricorrere al ricovero?

«In realtà non esiste un modo migliore. Il disturbo si sviluppa in diverse fasi: la prima, che è quella nella quale le persone si accorgono che c’è qualcosa che non va iniziando con le domande, si caratterizza dall’assoluta inconsapevolezza della persona. Tecnicamente la chiamiamo luna di miele. Questa inconsapevolezza della difficoltà della situazione è il motivo per il quale i pazienti arrivano tra le mani dei professionisti in uno stadio già avanzato della malattia. Per quanto riguarda il ricovero ne esistono diversi tipi poiché esistono diversi livelli assistenziali. Se si ricorre al ricovero ospedaliero la situazione è praticamente salva-vita. L’assistenza in comunità, invece, è un processo lungo e i ragazzi affrontano la propria dipendenza con percorsi che mirano al recupero della qualità della vita, della socialità, delle passioni. Perché, in fin dei conti, il disturbo alimentare distrugge tutti questi aspetti e non esiste nient’altro che il momento del pasto che bisogna saltare o fare».

Cosa possono fare i familiari?

«Si trovano in una situazione di scacco-matto perché vivono e sono a conoscenza del disturbo ma sono impotenti. Non esistono delle linee guida ma l’importante è provare ad affidarsi a un professionista. Mettersi in gioco per provare a capire se dal punto di vista familiare ci può esser stato qualcosa che ha intaccato l’armonia del proprio figlio è molto importante. La terapia familiare, in generale, può essere una strategia per portare alla luce il problema e il fatto che un genitore si metta in discussione per aiutare un figlio può spingere quest’ultimo a lasciarsi aiutare».

di Rossella Schender

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 214
FEBBRAIO 2021

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