L’arte della tarsia lignea ancora oggi, a distanza di anni dalle sue origini, è motivo di fascino e di emozione.

La tarsia, una delle attrattive di Sorrento, è un’espressione artistica che ha le sue origini con la civiltà egizia e compie i primi passi nella penisola sorrentina nel VI e VII secolo, grazie ai monaci benedettini che, rinchiusi nei propri studi eseguivano i lavori d’intarsio, ora esposti in tante chiese locali.
La tarsia prende la sua denominazione dall’arabo “tarsi” che significa decorazione preziosa. I monaci traevano ispirazione da intarsi marmorei musulmani ed erano soliti utilizzare diverse tipologie di legno, come il limone, l’arancio, il noce, il ciliegio, l’ulivo. Legni tipici delle coltivazioni della costiera. Anche l’olmo, il palissandro, l’acero, la radica di noce sono legni adatti. Spesso è l’ebanista, colui che realizza il prodotto finale, a procurare per coerenza di tipologia e di colore i legni all’artigiano che dovrà intarsiarli.

Le scene ritratte sono quelle della vita quotidiana, con figure tradizionali, usanze e danze tipiche, come nel caso della tarantella. E, anche se per le sue origini musulmane i primi intarsi erano di tipo arabesco, col tempo il mercato inizia a richiedere anche figure di Ercolano e Pompei, ad esempio i tipici mascheroni pompeiani. Ormai matura in epoca rinascimentale, la produzione sorrentina ha conosciuto il periodo di massimo splendore nell’800 e in due secoli la sua diffusione ha visto crescere una produzione universalmente apprezzata, che ha fatto la fortuna di Sorrento, pur subendo la concorrenza di altre realtà europee. Tra queste, ad esempio, c’è Nizza, dove però la produzione ormai è quasi del tutto assente.
Incontriamo Pasquale nel suo laboratorio, in una stradina del centro di Sorrento.
«Faccio questo mestiere da quando avevo 10 anni, ma questo lavoro si migliora con il tempo, con la curiosità e l’esperienza, e si perfeziona con prove e tentativi graduali. Ad un certo punto, ho deciso di aprire una bottega tutta mia, e là sono riuscito a sperimentare i lavori che più mi piacevano. Negli anni ‘70, c’è stato un vero e proprio boom e nell’85 gli addetti di questo settore erano circa 700, di questi un 10% eravamo intarsiatori. Personalmente, ho preferito continuare nel mio laboratorio, e questo mi ha consentito di lavorare con grande libertà. Oggi di intarsiatori in costiera ce ne sono meno di 15 e il settore ha un indotto di appena 50 addetti».

In cosa consiste questa tecnica e quali sono i clienti?

«La tecnica della tarsia consiste nell’assemblare piccoli pezzi di legno di varie tonalità, di colore e di spessore inferiore ad un millimetro e incollarli sull’oggetto da decorare. In origine, per ottenere le tonalità si impiegavano le essenze di legno naturali, ai giorni nostri queste sono sostituite da lamine precedentemente tinteggiate. Si può abbinare il legno anche ad altri materiali come l’ottone, oppure la madreperla. E con questi si realizzano cofanetti, tavoli e pannelli per mobili. Il cliente “tipo” è una persona sensibile alla bellezza, il pubblico va sempre educato alla qualità. Tuttavia, questa è un’epoca difficile, perché il mercato si muove verso il guadagno facile a discapito della qualità».

La tarsia è solo artigianato per la vendita oppure trova spazio in ambiti più istituzionali?

«Assolutamente, la tarsia è un’arte e proprio a Sorrento ha sede il Museo Bottega della Tarsia Lignea, il MUTA, inaugurato nel 1993 dall’architetto Alessandro Fiorentino e da sua moglie Alma nel Palazzo Pomarici Santomasi, che rappresenta un modello innovativo di Museo di Arti Applicate. Qui, la catalogazione e l’esposizione della produzione storica, locale e non, colloquiano con l’attività produttiva contemporanea, con il desing, con l’organizzazione di mostre e lascia spazio ad iniziative di formazione. Nel MUTA, infatti, è allestito un laboratorio per la dimostrazione del ciclo di lavorazione, e vengono organizzati brevi corsi di intarsio. Tra le ultime mostre, nel luglio 2019 la mostra “Kraters” vede la collaborazione dell’intarsiatore Pasquale Famiani nella realizzazione dei 12 vasi intarsiati proposti al pubblico, e dedicati a Sir William Hamilton».

di Mina Grasso

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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