Dalla chiesa

Il generale Dalla Chiesa: icona di legalità

Redazione Informare 07/10/2022
Updated 2022/10/06 at 11:35 PM
8 Minuti per la lettura

Lo scorso 3 settembre si è celebrato il quarantennale dalla morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, trucidato nel 1982 nella Palermo di Via Carini da una mafia che allora pareva imbattibile.
Questo generale dei Carabinieri, nominato circa cento giorni prima prefetto in una Palermo già lorda di sangue (per la guerra di mafia scatenata dai corleonesi e la conseguente offensiva dichiarata alle istituzioni), era stato designato dal governo della Repubblica per cercare di arginare il fenomeno mafioso che già aveva mietuto molte vittime, tra cui alcuni tra i più autorevoli rappresentanti delle istituzioni del paese.

Fu scelto, tra le varie ragioni, perché aveva riportato brillanti risultati nella lotta al terrorismo che per lungo tempo ha funestato l’Italia, arrivando a mettere la nazione alle corde con l’apice del terrore che sembrava raggiunto nel 1978 con il brutale omicidio del presidente della democrazia cristiana, l’onorevole Aldo Moro. Come narrano le cronache, il generale Dalla Chiesa, che aveva già avuto trascorsi professionali in Sicilia, era stato scelto quale alfiere nella lotta al terrorismo perché investigatore intelligente e creativo.

Lo aveva dimostrato, in particolare, nell’utilizzo di nuovi strumenti di indagine, sperimentando la tecnica dell’infiltrazione di giovani carabinieri nelle frange armate terroristiche; utilizzando sagacemente gli istituti della premialità (che consentivano ai delatori di fruire di benefici), e cercando – anche sul piano psicologico – di pensare come avrebbero pensato i terroristi (prevenendone così le strategie), arrivando così (non senza polemiche) a far registrare importanti risultati nel contrasto al terrorismo che, dopo qualche anno, veniva quasi del tutto disarticolato, riducendosi a poche e disorganizzate cellule ancora attive sul territorio.

È molto importante ricordare, soprattutto in questa fase storica di caduta degli ideali e dell’amor di Stato, un personaggio come Dalla Chiesa in quanto lo stesso ha saputo incarnare il volto di uno Stato integerrimo, efficiente, di un rappresentante delle istituzioni che persegue il solo interesse delle stesse e che lotta per difenderle. Un uomo, quindi, che ha dato anche la sua stessa vita per la conservazione della nostra democrazia e per la preservazione delle connesse libertà dei cittadini. All’epoca è stato talora definito, con tono sprezzante, “generale della repressione” perché probabilmente in quella temperie culturale il concepire una difesa, a volte anche energica, veniva bollata – in un contesto storico iper ideologizzato – come una risposta reazionaria.

In realtà la sua vicenda, letta soprattutto a posteriori, sembra restituirci l’immagine di un uomo onesto, disinteressato, al completo servizio delle istituzioni; di una persona che “non guarda in faccia a nessuno” e che, con coraggio, cerca di lottare contro la criminalità e contrastare, in particolare, una mafia che in quel momento storico appariva invincibile. Purtroppo, non ha avuto il tempo e probabilmente i poteri più adeguati per continuare il suo lavoro e, quasi sicuramente, la scelta di designarlo quale prefetto di Palermo era stata animata da una finalità più che altro simbolica, quasi per lasciare ai governanti dell’epoca la coscienza pulita circa una seria volontà di contrastare “cosa nostra”, senza tuttavia uno slancio effettivo che si sarebbe dovuto tradurre in poteri più incisivi da conferire al neonominato prefetto.

Celebre resta l’intervista che l’ufficiale rese al giornalista di “La Repubblica” Giorgio Bocca poco tempo prima di essere ammazzato, nel corso della quale lamentava di essere rimasto isolato e privo dei poteri che gli erano stati promessi. L’epilogo, come anticipato, è tristemente noto. Ciò nonostante, qualche giorno dopo l’eccidio, come spesso accade in situazioni nelle quali si agisce solo dopo gli eventi tragici, lo Stato si è visto praticamente costretto a varare una nuova legge (che in verità giaceva in parlamento) che si dimostrerà terribile e odiosa per i mafiosi.

Si tratta della legge 13 settembre 1982 n. 646, diventata poi celebre con il nome dei suoi relatori, cioè Virginio Rognoni e Pio La Torre (quest’ultimo, deputato del partito comunista, ammazzato pochi mesi prima del generale Dalla Chiesa; il primo per lungo tempo anche ministro dell’interno, scomparso qualche giorno fa), che ha lanciato una fortissima controffensiva alla falange mafiosa che, in quella stagione, e nelle successive, subirà una torsione, diventando sempre più stragista e quindi a, sua volta, terrorista.

La legge in questione, che è possibile considerare come il lascito sacrificale del generale, è uno strumento ancora oggi potentissimo. Grazie ad essa, lo Stato da un lato introduceva nel codice penale l’inedito reato di associazione di tipo mafioso (art. 416 bis) (norma nota a tutti per la sua costante applicazione e per la sua completa identificazione con il fenomeno mafioso che mirava a contrastare); dall’altro, disciplinava per la prima volta il formidabile strumento della confisca, con finalità preventiva, dei beni acquisiti dai mafiosi.
Probabilmente, senza l’estremo sacrificio di uomini come il generale Dalla Chiesa, che si è immolato per le istituzioni, l’Italia non avrebbe uno strumento giuridico di così grande rilievo e così spaventoso per le cosche. L’esperienza ha dimostrato infatti come le mafie temano soprattutto di perdere le ricchezze accumulate, senza le quali esse restano prive del propellente e della loro stessa ragion d’essere, rappresentata dalla spasmodica ricerca di accumulazione di ricchezze.

Questa legge di contrasto ai sodalizi criminali e i relativi strumenti normativi costituiscono ancora oggi, grazie anche al generale Dalla Chiesa e ai tanti uomini che come lui sono caduti per la Repubblica, l’emblema di un contrasto serio, autentico ed efficace alle mafie, compresa la camorra che, anche se apparentemente meno che in passato, continua ad infestare le nostre terre, in attesa che venga il momento propizio per tornare (o continuare) a soggiogarle, come accaduto (soprattutto in passato) nei territori della provincia di Caserta e come accade, anche in questi mesi, in molti quartieri di Napoli e in altrettanti comuni della provincia.

Il messaggio che autentiche icone della legalità come Dalla Chiesa o come i magistrati Falcone e Borsellino (e tanti altri) devono lasciare radicati nelle nostre menti e nei nostri cuori è che la lotta alle mafie può essere vinta solo se lo si desidera fino in fondo; e che si tratta di una lotta che va combattuta soprattutto sul piano culturale da ogni singolo cittadino e ogni santo giorno perché la capacità di questi fenomeni criminali (che sono antichi) di rigenerarsi è impressionante e quando si è persuasi di averli debellati, essi possono ripresentarsi più forti di prima.

di Francesco Balato

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