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Il fotoreporter nell’era dei social. Giuseppe Carotenuto e Roberto Salomone ai Magazzini Fotografici

Redazione Informare 09/03/2022
Updated 2022/03/09 at 11:09 AM
3 Minuti per la lettura

Il ruolo del fotoreporter nell’era dei social media, le difficoltà di fare reportage nelle zone di conflitto e il sovraffollamento delle immagini fai-da-te nel mondo dell’informazione. Sono questi i temi emersi dall’incontro con Giuseppe Carotenuto e Roberto Salomone, che si è tenuto il 5 Marzo ai Magazzini Fotografici di Napoli, spazio culturale gestito da Yvonne de Rosa nel quartiere Anticaglia. Carotenuto e Salomone sono esperti fotoreporter della nuova scuola napoletana, impegnati da anni nelle zone di conflitto e sulle rotte dei migranti. 

Insieme a Claudio Menna, anche lui fotografo napoletano, docente del  Corso di Fotografia dei Magazzini Fotografici e organizzatore dell’evento, i due fotografi hanno mostrato con le loro istantanee il lavoro del fotoreporter, condividendo esperienze e storie raccolte sul campo. 

Il ruolo del Fotoreporter ai tempi dei social media

Le monumentali foto di Giuseppe Carotenuto sull’Afghanistan e quelle schiette di Roberto Salomone sui migranti a Lampedusa, diventano il mezzo per affrontare tematiche geopolitiche e umanitarie, contingenze storiche e dubbi sul futuro. E a proposito del conflitto in corso tra Russia ed Ucraina, emerge con chiarezza dal pubblico la consapevolezza di vivere una nuova era del racconto di guerra, fatto dagli utenti in maniera autonoma sui social, in competizione con la professione del fotoreporter.

«I social media sono senza intermediazione, arrivano subito all’utente senza filtri. Le immagini sono sempre più grezze e sono per questo più apprezzate dal pubblico, che le percepisce più reali. Questo in realtà è un problema serio, che riguarda la sfiducia degli utenti nei confronti dell’intero settore dell’informazione» spiega Roberto Salomone. «Ma ci permettono di vedere in diretta la resistenza ucraina separatamente dai canali ufficiali e dalla propaganda delle parti».

La particolarità di questo conflitto, tuttavia, non è solo la narrazione ma anche il suo svolgimento. Infatti, secondo Giuseppe Carotenuto, «un’altra difficoltà di giornalisti e reporter in questa guerra è la mancanza di una prima linea in cui si combatte. Ci sono solo le bombe, a cui noi ovviamente non siamo immuni. Ed è difficile da raccontare». Ecco perché tutti e tre hanno deciso di restare in Italia e non partire per l’Ucraina, come molti dei loro colleghi. 

Durante la carrellata di foto, intervallata dalle domande del pubblico, ciò che più colpisce sono i racconti che i due fotoreporter accompagnano alle immagini; le difficoltà per la pubblicazione di un lavoro, le lotte per un riconoscimento economico. Le parole di Carotenuto «non ho ma visto tanti morti come in Libia. La cosa che non se ne andava dalle narici, anche dopo le docce, era l’odore della morte». Il ricordo di un cielo stellato, quasi incoerente, quello dell’Afghanistan. 

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