Il fiume Volturno: una ricchezza perduta

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Ho sempre pensato che i convegni fossero eventi segnati da un eterno rito, in cui sembra ripetersi la celebrazione (molto spesso auto-celebrazione) delle idee di ogni relatore che si disperdono fra la folla. L’ho sempre pensato fino a quel giorno, l’11 gennaio del 2015, quando, durante un convegno sull’ambiente nel Dipartimento universitario di Economia di Capua, un giovane consigliere regionale, vice presidente della terza commissione del Consiglio Regionale della Campania, Attività produttive, si alzò in piedi e disse: “Renderemo il fiume Volturno navigabile”.

Mi sembrò una proposta coraggiosa. Si offriva ai ragazzi dell’università la speranza di rivivere un corso d’acqua negato alla generazione precedente. La mia. Per chi è nato negli anni ’80 ed è vissuto in provincia di Caserta, il Volturno – nella parte più visibile e di maggiore impatto – è sempre stato visto come un corso su cui si celebrava uno spettacolo straccione ogni giorno, fra i rami caduti ai margini e i rifiuti avvinghiati ai rami, l’acqua torbida, verde, e i pescatori temerari che con le canne pescavano e aspettavano, forse pregando di tirar su qualcosa. Un pesce o uno scarpone, non importava cosa. In qualche modo, il Volturno l’ho sempre “legato” a Capua, la città col fiume intorno.

La Regina del Volturno. Così, la proposta che il consigliere Bosco lanciò sul tavolo mi sembrò la più sensata di tutte. Ma cosa è stato davvero fatto in cinque anni? Durante i 57 mesi successivi a quella proposta, cosa è cambiato?

La risposta è semplice: niente. Il Volturno è il fiume più lungo dell’Italia meridionale, nasce in Molise a Rocchetta a Volturno, in provincia di Isernia, e attraversa la provincia di Caserta sfociando a Castel Volturno. Per chi vive a Caserta è il Fiume. All’epoca, durante il convegno, cercai di capire quale fosse il piano per renderlo di nuovo navigabile, ma non ci riuscii. Il consigliere parlò di un progetto regionale in itinere, di fondi, di distretti. Sono trascorsi cinque anni da quell’incontro organizzato da Fare Ambiente e il Volturno è rimasto così com’era.
In canoa, alcuni volontari lo segnano alcuni giorni all’anno legando l’evento ad altre manifestazioni. Poi, il nulla. C’è un piano, è vero, si chiama Contratto di fiume, ma qui è ancora in fase embrionale. Il Contratto di fiume è uno strumento della programmazione negoziata, definito nel corso del II Forum Mondiale dell’Acqua (L’Aja, 2000) che permette di adottare un sistema di regole in cui i criteri di utilità pubblica, rendimento economico, valore sociale e sostenibilità ambientale intervengono cercando soluzioni per la riqualificazione di un bacino fluviale. Allo stato, però, a nessuno sembra importare: né ai Comuni né alla Provincia.
Eppure, il fiume è la risorsa che potrebbe risollevare le sorti del turismo e dell’economia di Terra di Lavoro. In Francia ci hanno pensato già negli anni ’80, eleggendo il bacino idrografico a unità di riferimento per le politiche di sostegno alla biodiversità e chiedendo l’integrazione fra la strategia e le direttive quadro Acque (2000/60/CE) e alluvioni.
A Caserta, nel 2020, si attende di costituire il comitato promotore del Contratto di fiume formato dai Comuni che si trovano sulle sponde del Volturno e le associazioni del terzo settore. Tutto procede a rilento, come lo scorrimento del corso d’acqua verso la foce. Intanto, a Ciorlano un imprenditore ha avuto un’idea: ha creato una vasca per la rivendita di prodotti ittici e ha prelevato tutto il brecciame che si trovava sul fondo per renderlo materia prima per il calcestruzzo. Facendo questo, ha rischiato di deviare il corso del fiume.
È stato condannato nel 2013. Un altro impresario, stava deviando il corso del Volturno con una scavatrice: voleva portarselo a casa sua per realizzare un centro sportivo dove si potevano pescare le trote a pagamento. I carabinieri della forestale di Piedimonte Matese lo hanno fermato in tempo a Pratella. È stato condannato pure lui.
Altri, ancora, utilizzano il Volturno per far scivolare dentro i liquami delle aziende agricole e bufaline, mentre Capua, dallo scorso inverno, vive ogni inverno il patema di vedersi inondata dal suo fiume a causa dell’innalzamento del livello dell’acqua. Scorre, il Volturno. E chi su questo palcoscenico dello scorrimento si trova a passare, recita la sua parte alternando prepotenze e inquinamento. Intanto, anche la generazione successiva alla mia non potrà godere della ricchezza del fiume.

di Marilù Musto
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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