informareonline-il-fiume-volturno-ad-un-passo-dalle-acque-dei-fuochi-tra-arsenico-e-pesticidi

Nelle acque fluviali e lacustri di Caserta e Napoli ci sono Cromo, Arsenico, Cadmio e Mercurio e poi i pesticidi rilasciati dalla diffusa produzione agricola e dalla zootecnia massiva. Composti pericolosissimi come Matalaxil, Metolaclor, Boscalid, Dimetoato e persino l’aggressivo Pendamentalin. Ormai, è come controllare una sola porta, quando sei in un castello con centinaia di ingressi. Ti aspetti l’insidia di faccia, ma il colpo potrebbe arrivarti di fianco, da un momento all’altro. E noi, in Campania, siamo abituati a spiare da una sola fessura che spesso è la feritoia indicata da chi ha interesse a non farti guardare cosa stia accadendo sotto le altre aperture del torrione.

Se ci aspettiamo una recrudescenza di roghi e intombamenti di rifiuti nell’estate che è alle porte, i fatti ci daranno anche ragione, ma di certo correremo il rischio di non accorgerci di quanto siano diventati utili alle mafie le vie fluviali interne e gli specchi d’acqua tra Caserta e Napoli. Il fiume Volturno, soprattutto, si avvia a diventare il grande collettore liquido di tossicità dei prossimi decenni perché i dati di inquinamento lo portano a livelli che, in alcune fasi, superano di gran lunga le percentuali di contaminazione del Sarno.

La causa è tutta negli scarichi industriali e nei malfunzionanti depuratori comunali che ormai soffocano il corso fluviale in ogni passaggio, a ridosso delle aree poste appena dopo la fase torrenziale del fiume (nelle stretture dei monti di Venafro, uscendo dalla gola di Ravindola). Il Volturno non prende soltanto il nome da una mutevole e duplice creatura che distruggeva terreni e campagne con un fuoco innaturale, ma ne ripercorre leggenda e gesta, con una doppia entità che, nella piana casertana diventa così pericolosa da renderlo fiume ottimale per lo sversamento di officine più o meno legali, sbarramenti abusivi per appropriarsi di qualche piccola ansa da usare come discarica o deposito di materiale vari e, addirittura per la realizzazione di muri di cinta abusivi che ne correggono le sponde, ormai non più fatte di sabbione naturale.

Secondo una ricognizione che ha composto un dossier di Legambiente, il Volturno, in alcune zone che precedono la foce di Castel Volturno di circa trenta chilometri, assume una consistenza gelatinosa nei pressi delle sponde, confermando la presenza e la coagulazione di pericolosissimi frammenti polposi di materiale organico e di natura chimica che alimentano cariche batteriche impressionanti per l’ecosistema e per le attività umane che si concentrano nei pressi del corpo fluviale. Una vena di tossicità che si incassa nei terreni delle coltivazioni più intensive della provincia casertana.

Su ogni elemento inquinante, spiccano le vere vessazioni chimico biologiche delle aziende bufaline e, soprattutto, suinicole che oggi scaricano abusivamente con condotte ipogee quantità impressionanti di reflui animali e, spesso, di materiale farmacologico per l’allevamento. Tra le dighe di Triflisco e le anse a ridosso del corpo urbano di Capua, il fiume viene trasformato in una bara fluida e cancerogena che, nelle stagioni di piena, invade campi e zone di coltura. In alcuni passaggi del Volturno, le acque sono state definite “biologicamente morte” per l’assoluta pericolosità del loro contenuto di scarico. Tutto si riversa a mare e, con i moti ondosi,ritorna nelle acque di costa, dove abitualmente ci si bagna o si effettua l’attività di pesca.

Per capire meglio il dramma, bisognerebbe addentrarsi verso le strutture di depurazione dei molti Comuni. Inadatte, mai revisionate, non funzionanti per alcuni periodi e, soprattutto, prive dei sistemi di setacciamento e ingabbiamento dei rifiuti. A novembre del 2018, nella città di Capua, erano stati sequestrati dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere dieci impianti di sollevamento delle acque reflue, fognarie e meteoriche (posizionati in una zona del Comune di Marcianise) che, invece di far passare i liquidi negli impianti di depurazione, scaricavano tutto nel fiume. Tutto. Questo sembrerebbe essere solo l’inizio di una nuova era di contaminazione ambientale che troppi stanno sottostimando, così come avvenne diciotto anni fa quando si iniziava a parlare seriamente di Terra dei Fuochi. Le acque, però, non hanno alcuna territorialità controllabile e, in Campania, le maree stanno compromettendo una fascia costiera che, da Caserta, tocca il litorale nord della provincia di Napoli. Come l’estensione della Terra dei Fuochi, appunto. Quella che in molti non vedevano e altri, addirittura negavano.

di Salvatore Minieri

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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