Il femminicidio: un meccanismo a due

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Nel 2018 si stima che siano 8 milioni 816mila (43,6%) le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito forme di molestia sessuale e, inoltre, che siano 3 milioni 118mila le donne (15,4%) che le hanno subite negli ultimi tre anni.
Questi dati servono a farci rendere conto di quanto il femminicidio, nonostante le proteste, le denunce e le associazioni nate per combatterlo, sia un fenomeno che non si spegne e macchia la nostra società.
Partendo proprio dal termine femminicidio, esso, cosa che forse molti non sanno, non è solo l’atto di uccisione della donna, bensì la sua svalutazione psicologica, economica e sociale, in poche parole l’uccisione morale della donna da parte dell’uomo, che spinge essa all’isolamento totale.
Per affrontare questa tematica abbiamo intervistato il dott. Davide Visioli, psichiatra nel quartiere Sanità di Napoli, il quale nel corso della sua carriera ha avuto a che fare con svariati casi di femminicidio ed ha potuto analizzarne a fondo le cause e le dinamiche definite da lui “culturali” e “psicologico relazionali”.
Dott. Visioli, in che modo il contesto culturale determina il femminicidio?

«Ci sono sicuramente dei condizionamenti culturali che agiscono nella dinamica del femminicidio. Esistono, infatti dei luoghi nel mondo, come ad esempio in Medio Oriente, dove la donna è trattata come poco più che un oggetto, non può neppure lavorare o andare a scuola; atti come l’adulterio vengono addirittura puniti con la morte con grande ignominia.
Parlando, invece, del nostro Paese, in Italia le donne hanno combattuto per i loro diritti con molti sacrifici, fronteggiando ogni giorno una grande disuguaglianza. Basta pensare che fino al 1981 vigeva ancora il codice d’onore, ciò significa che l’omicidio da parte di un uomo a causa dell’adulterio, non veniva punito con l’ergastolo bensì con una pena ridotta.
Inoltre, fino a non molto tempo fa, persino il reato di stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona, per cui non punito gravemente. Tutto questo per dire che il contesto culturale è fondamentale per determinare il fenomeno».

Dott. Visioli, cosa scaturisce nella psiche umana per arrivare a compiere tali gesti?

«Quando accadono questi fenomeni normalmente si tende ad attribuire al fautore dell’atto terribile l’immagine di un mostro e di una persona malata, inquadrato quindi come un problema di carattere psicopatologico cioè di malattia psichiatrica. In realtà questo può accadere, ma molto raramente.
Nella maggior parte dei casi si tratta di un meccanismo a due. È come se, nella psiche umana, si creasse una lotta tra le due componenti: da una parte la donna che, per vincere la scarsa stima di sé, crea uno pseudo amore, sottomettendosi a qualsiasi comportamento dell’uomo senza alcuna ribellione.
Così facendo, in qualche modo si sottomette volutamente.
Dall’altro lato l’uomo, che quando arriva a compiere atti così gravi, è allo stesso modo mosso da una scarsissima stima di sé e del proprio valore. Per vincere questa insicurezza cerca il potere, l’autorità e il controllo, sottomettendo la donna. Si crea, così, una figura di uomo inflessibile ed invulnerabile che per mantenere questa immagine di sé stesso non può concedere alcuno spiffero al ruolo che si è creato; ogni qualvolta, quindi, un atteggiamento della donna mette in dubbio questa sua posizione, incomincia a generarsi il processo di violenza e di passivizzazione esasperata. È un gioco a due che finisce tragicamente».

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Come si può mettere fine a questo terribile meccanismo?

«La prima cosa è la consapevolezza, parlando da un punto di vista prettamente psicologico, ognuno dei due dovrebbe rendersi conto e rinunciare a questo ideale che si è creato.
La donna dovrebbe iniziare a vedere l’altro per quello che è, senza salvaguardare il suo pseudo amore. L’uomo, dall’altro lato, per salvaguardarsi dal commettere atti violenti, dovrebbe rinunciare al ruolo di essere onnipotente e lasciare da parte questo assetto paranoico.
Ovviamente nella realtà poi la donna dovrebbe scappare a gambe levate e soprattutto denunciare, perché solo attraverso la denuncia e l’aiuto da parte della giustizia, la donna riesce ad uscire allo scoperto e finalmente essere libera».

Di Benedetta Calise

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216

APRILE 2021

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