Il fascino medievale della chiesa di Santa Maria a Macerata

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Ci sono luoghi, che forse più di altri, riescono a trasmettere emozioni lontane. Testimonianza di un’epoca che non c’è più, ma che tanto riesce ancora oggi a rappresentare di quei tempi ormai andati.

Uno di questi è la cappella campestre di Santa Maria a Macerata, nella piccola frazione casertana di San Clemente, quasi al confine con il territorio di Maddaloni. Unica chiesa medioevale superstite. Almeno da queste parti.
Tutto ciò che sappiamo della storia di questo luogo sacro, che compare ufficialmente per la prima volta nella Bolla di Senne del 1113, lo dobbiamo alle ricerche appassionate condotte negli anni da alcuni storici del territorio, peraltro riprese di recente da alcuni cittadini della zona, che hanno dedicato parte del loro tempo libero allo studio di documenti, planimetrie catastali, dizionari toponomastici, atti notarili, testi e volumi assai datati, per riportare alla luce la genesi e le trasformazioni di quello che i francesi definirebbero ‘le lieu du coeur’.
Ed è proprio il cuore ciò che tanti hanno lasciato varcando la soglia di questo piccolo edificio in muratura al quale nel 1778 Papa Pio VI concesse il privilegio dell’indulgenza plenaria.
Nell’atrio della chiesetta è ancora ben visibile la lapide, rigorosamente in latino, che ricorda ai fedeli la possibilità di guadagnare la benevolenza divina visitando questo luogo sacro nella settimana della Natività della Vergine oppure a Pentecoste.
Secondo la tradizione popolare anche re Ferdinando IV di Borbone frequentava la chiesetta quando vi transitava per recarsi a caccia. L’edificio di culto è presente del resto anche nella prima Carta topografica misurata scientificamente nel regno di Napoli datata 1785.
Ma non ci fu solo gloria nella storia di questo luogo. Durante l’epidemia di colera del 1836-37 il terreno accanto alla chiesa fu trasformato in un cimitero per offrire sepoltura ai numerosi morti per la pandemia.
E la cappella quindi sempre meno frequentata per timore dei contagi. Furono seppelliti qui anche personaggi noti dell’epoca che vivevano nelle frazioni circostanti come Giovanni Graefer, figlio di John Andrew co-progettista del Giardino Inglese della Reggia di Caserta. A fine Ottocento, dopo la partenza dei Borbone, la chiesa di Santa Maria a Macerata, complice il suo isolamento, fu destinata all’eremitaggio. Il legame con i sanclementesi però non si è mai incrinato.
Nel 1892 i cittadini chiesero e ottennero di poter onorare qui il culto della Madonna con una solenne processione religiosa mentre è del dicembre 1919 la preghiera, scolpita su una lapide, dedicata alla Vergine e alla patria dai reduci della Prima Guerra Mondiale.
Il resto è storia recente.

Il complesso, abbandonato all’incuria e al degrado, fu parzialmente riaperto soltanto negli anni Settanta con la realizzazione di un parco giochi nell’ex cimitero dei colerosi.
Il terremoto dell’Ottanta però lesionò gravemente la chiesetta che solo nel 1982, grazie a sovvenzionamenti statali, fu definitivamente restaurata. Negli anni Novanta la struttura fu lentamente abbandonata e la chiesa chiusa. Per quasi venti anni.
I lavori di restyling del 2010 infine l’hanno restituita al culto, alla devozione popolare e all’attenzione dei cittadini come testimonianza millenaria di fede e di storia. Almeno fino all’arrivo del Covid. Ma questa è un’altra storia.
O forse no. ‘Le alterne vicende di splendori e miserie che hanno caratterizzato fin dagli albori la vita della chiesetta – racconta il professor Bartolo Corbo, autore, insieme al collega Pietro Di Lorenzo, di numerose ricerche e pubblicazioni al riguardo – ci offrono numerosi spunti di riflessione.
Sul passato, sul presente e anche sul futuro.

Ed è per questo che sin da quando la cappella è stata ristrutturata, ormai dieci anni fa, noi cittadini di San Clemente abbiamo immaginato di trasformarla in un luogo di cultura oltre che di fede.
Attraverso iniziative, rassegne e manifestazioni – come ‘Sentieri di Memoria’ giunta nel 2019 alla settima edizione – finalizzate a valorizzare da un lato le eccellenze della nostra città nel campo dell’arte, dello sport e dell’impegno sociale e dall’altro la storia di questo sito.
Un luogo di riscoperta delle proprie radici e delle tradizioni millenarie ma anche un luogo di ripartenza dopo una fase buia. Proprio come è accaduto ora con l’emergenza Covid.

di Daniela Volpecina

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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