È facile dire degrado, dire abbandono e distruzione.

Sono epiteti che spesso vengono attribuiti alla zona di Pinetamare e in particolare al lungomare, costeggiato da decine di enormi cadaveri di fabbricati che giacciono immobili e senza vita sulla costa. È facile chiedersi se negli anni ’60, quando i fratelli Coppola costruivano su terreno demaniale, fossero consapevoli del mostro che da lì a qualche decennio avrebbero creato. Ma qual è il fattore che in noi fa scaturire un senso di fascino nei confronti dell’abbandono?

Nonostante l’inquinamento visivo che queste strutture dovrebbero creare, diviene facilissimo lasciarsi trasportare dal fascino dell’abbandono, il fascino antico e quasi misterioso di questi giganti. Un fascino che va lontano, indietro nel tempo, fino a farci quasi assaporare lo sfarzo che queste strutture rappresentavano un tempo, a farci sentire il sapore delle vacanze che la classe d’elite faceva proprio a Pinetamare. Involontariamente queste strutture diventano architettura organica: fabbricati talmente ben uniformati alla natura che le circonda che col tempo diventano parte di essa, si fanno assorbire. Negli anni questi palazzi sono diventati davvero invisibili agli occhi di chi passando ha la sensazione che questi palazzi siano lì da sempre, che siano sorte insieme alla spiaggia e al mare nella notte dei tempi.

Quello che differisce sostanzialmente dalla più famosa architettura di Wright è la gestione dello spazio, infatti se nell’architettura organica più tipica è presente lo spazio sterminato e incontaminato, nei più familiari palazzi di Fontana Blu lo spazio viene soffocato da altri simili che si ammassano l’uno di fianco all’altro.

Eppure un così tragico scenario è ricondotto a qualche strano meccanismo psicologico che ci fa apprezzare questi luoghi in abbandono. Questo “qualcosa” ha attirato persino l’attenzione di Matteo Garrone, che in questi luoghi fatiscenti ha ambientato ben tre film, tra cui “Dog Man”. Quest’ultimo è quello che forse sfrutta di più il nostro territorio a livello visivo e che probabilmente, meglio rappresenta a livello scenico il degrado di questi luoghi.Tutta la pellicola è in realtà impregnata di degrado anche a livello umano, infatti i personaggi vivono la brutalità di un luogo viscido, attaccato all’interesse materiale alla dura legge del più forte.

Ma la domanda principale ancora non trova risposta, questi luoghi infatti non ci affascinano per la loro brutalità ma molto più plausibilmente, e paradossalmente, per la loro dolcezza. Il passeggiare solitario sul lungomare ci fa infatti pensare alla nostra piccolezza, a quanto sarebbe interessante esplorare quei posti e scoprirne i segreti che per tanti anni hanno custodito nelle loro mura ammuffite. Sono segreti poco interessanti, segreti di vita: gioie e affanni di famiglie che quei luoghi, un tempo, li hanno vissuti e li hanno amati. In conclusione, è molto probabile che sia la curiosità (tipica degli uomini) per le cose che furono e mai più saranno a farci amare questi luoghi.

di Giuseppe Spada

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