Il carcere è un complesso degli istituti di pena regolamentati dall’ordinamento penitenziario italiano, le cui misure e i cui trattamenti previsti sono da ritenersi come un insieme di dettami finalizzati a rieducare i soggetti con la prospettiva di una reintegrazione sociale.

Per raggiungere tale obiettivo, lo Stato deve riconoscere ai detenuti il rispetto della loro dignità e dei diritti fondamentali riconosciuti ad ogni essere umano. Tale tema viene sottolineato dall’art. 1 della Legge del 26 luglio 1975 n° 354, il quale dispone che: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose. […] Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”; in correlazione all’articolo 27 comma 3 della Costituzione.

Il diritto alla salute e all’integrità fisica e psichica è parte di questi diritti fondamentali. Il diritto alla salute sancito dall’art. 32 Cost., va parimenti, assicurato ad ogni persona indipendentemente dalla condizione di libertà o detenzione.

La salute nelle carceri è un tema che suscita discussioni e genera un paradosso: garantire il diritto alla salute a chi è privato della libertà. Nonostante la medicina e gli studi in materia di assistenza sanitaria progrediscano, le problematiche negli istituti penitenziari sembrano essere ancora terribilmente attuali e irrisolte. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma:

«Il concetto di salute subisce un forte ridimensionamento quando si inserisce nel contesto carcerario. Carcere e salute sono antitetici perché il carcere è la negazione della salute intesa come stato di benessere psicofisico».

La disciplina fondamentale della sanità penitenziaria è localizzata nell’art. 11 della legge n. 354/1975, che prevede: un servizio medico e un servizio farmaceutico rispondenti alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti e degli internati; almeno uno specialista in psichiatria; il trasferimento in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura dei condannati e degli internati che necessitino di cure o accertamenti diagnostici non effettuabili in istituto; la collaborazione dell’amministrazione penitenziaria con i pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, d’intesa con la Regione e secondo gli indirizzi del Ministero della Sanità. Nonostante tale articolata disciplina, la tutela del diritto dei detenuti alla salute in maniera uguale a quella dei cittadini liberi è frutto di un percorso non ancora giunto a termine.

Nello specifico del contesto carcerario è prevista, dal Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà, la Carta dei Diritti e dei Doveri dei detenuti e degli internati che viene consegnata al detenuto durante il colloquio iniziale, affinché possa esercitare i suoi diritti nel miglior modo possibile e per rendere note le regole della vita carceraria.

È chiaro che nonostante sulla carta il trattamento sanitario deve essere uguale a quello che appartiene ai cittadini liberi, ci sono molteplici problematiche che rallentano l’applicazione di tale diritto. Si parte proprio dall’ambiente, che è ovviamente un luogo deprimente e di alienazione fatto di spazi chiusi, angusti e carenti di luce, che generano una inevitabile difficoltà all’adattamento e un senso di insicurezza. Dunque, il contesto, spesso deprimente, e la scarsità di attività volte al miglioramento si riversa anche sulla salute psichica.
Circa 9 milioni di persone sono detenute negli istituti penitenziari del mondo e almeno la metà di questi è affetto dal disturbo di personalità, e circa 1 milione di detenuti soffre di gravi psicosi, depressione e stress. Più specificatamente, circa il 4% dei detenuti soffre di psicosi, il 10% degli uomini incarcerati e il 12% delle donne detenute ha una depressione maggiore, e circa l’89% dei detenuti ha sintomi depressivi, mentre il 74% presenta segni somatici correlati allo stress.
Ruolo fondamentale per aiutare i detenuti e per garantire standard adeguati di trattamento sanitario è quello dell’infermiere. La sua figura, infatti, non opera esclusivamente sul piano medico ma anche su quello umano. L’infermiere, infatti, è il primo a ricevere informazioni sullo stato di salute, accoglie il disagio e instaura una relazione umana con il detenuto – paziente.

Per garantire una miglioria del sistema, sarebbe auspicabile anche un corso di formazione specifico per gli infermieri che operano in questi contesti. La “peer education and support”, ad esempio, è un tipo di terapia che prevede un dialogo integrato con la popolazione carceraria, tra professionisti sanitari, volontari ed ex detenuti, i quali implementerebbero così la condivisione all’interno della comunità. Bisogna sempre ricordare che il giusto trattamento dei detenuti, che pur devono scontare la loro pena, è una condizione essenziale che favorisce anche il resto della comunità libera. Lottare per i diritti altrui vuol dire anche difendere i propri.

di Salvatore Sardella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°198
OTTOBRE 2019

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