È bastata la brutalità di un microscopico virus per smascherare l’ultima verità: l’uomo vive per lavorare. Fine.

Le dinamiche della produzione capitalistica che spingono in un costante aumento della produttività hanno fatto sì che diventassimo un tutto uno con il lavoro, correndo il rischio di alienarci.

Semplificando, le nuove norme, dettate dalla necessità di proteggerci dal virus, sembrano dirci: se devi produrre puoi incorrere nel rischio di ammalarti (ad esempio utilizzando i pochi e fatiscenti mezzi di trasporto), ma se vuoi godere del diritto allo svago (art. 24 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – art. 36 Costituzione) sorseggiando una semplice birra in compagnia, non puoi.

La sfera emotiva pare non avere rilevanza.

Il problema, a mio avviso, è che è socialmente accettato chi lavora oltre il dovuto: fermarsi per stare in compagnia, viaggiare, cenare fuori casa, condividere il tempo con i propri familiari, pare un lusso.

Sia ben chiaro che il lavoro è sacro e nobilità l’uomo, ma coltivare le emozioni è fondamentale, soprattutto in un periodo in cui la noia e la frustrazione sembrano i sentimenti prevalenti e che già prima dell’avvento del virus circa il 34% degli italiani risultava depresso e che il 68% è in ansia. Tali sentimenti hanno un impatto negativo sulla società poiché comportano un atteggiamento di rinuncia che crea una contrazione generale delle attività, infatti, i disturbi depressivi sono la seconda causa di disabilità lavorativa dopo le malattie cardiovascolari. Tuttavia, nel nostro SSN gli psicologi scarseggiano e non possono soddisfare il numero di richieste che giungono, in particolare modo, dalle persone più povere.

C’è bisogno della condivisione che non può limitarsi al virtuale, ma deve avvenire nell’agorà – la piazza pubblica – il cui spazio, sempre più angusto ed emarginato a causa delle colate di cemento, diviene primario. La distanza minima di un metro avrà dei risvolti sociali sia a livello fisico che psicologico, il che non può prescindere da una considerazione seria di una nuova urbanizzazione che deve essere: spazio collettivo di coinvolgimento affine alla sostenibilità ambientale e sociale.

Le misure sono necessarie ma sembrano mettere a nudo il sistema, provando ad essere un argine alla questione etica e politica riguardante il destino dell’uomo che non deve essere quello della mera sopravvivenza, ma di una vita autentica, dignitosa e qualitativamente ricca. Dunque, le istituzioni politiche dovranno promuovere la diffusione della conoscenza sia in senso tecnico – scientifico (smart working, accesso facilitato al web) che in quello valoriale e intimo (cultura delle emozioni, degli affetti, valore della solidarietà) per creare un nuovo modello di società e di economia.

di Salvatore Sardella

 

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