Il comune di Napoli dice basta alle iniziative culturali!

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A Napoli si fermano le iniziative culturali

La città partenopea è storicamente culla di grandi menti: filosofi, poeti, musicisti, matematici, rivoluzionari, pittori; culla di nomi importanti come Vico, Bruno, Filangieri, Gemito, Caccioppoli. Troppi, ci sono fin troppi intellettuali napoletani: così si finisce a non raccapezzarsi. E guai se a qualcuno venisse in mente di denunciare le storture di questo bellissimo territorio: Napoli è città del mare, del sole, del canto, della pizza…

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E dunque il comune si ribella! Dice basta all’avere questi intellettuali fra i piedi. Basta alla riflessione e alla parola che punge. Basta cultura e alla voglia di informarsi, di stare insieme e confrontarsi. Basta alle manifestazioni culturali! Quella dei napoletani è una malattia: la malattia del leggere e dello scrivere, la malattia del ricercare.
Quello dei napoletani è un amore ossessivo per lo studio e le espressioni artistiche.

Urge prendere un serio provvedimento e bisogna farlo al più presto; altrimenti chissà cosa ci sarà da temere. Meglio soffocarla pian piano questa cultura attraverso l’indifferenza, il menefreghismo e una buona dose di superficialità.

A Napoli la presentazione del libro di Alessio Forgione, dal titolo Il nostro meglio, edito da La nave di Teseo e in programma per lo scorso 22 settembre, è stata cancellata. La notizia giunge inaspettata e coglie tutti di sorpresa. A darne la notizia, un comunicato rilasciato da LiRe / Librerie Indipendenti in Relazione, le quali librerie, dopo aver attraversato un periodo certamente non florido durante la crisi pandemica, si ritrovano ora a dover fronteggiare nuovi ostacoli posti alla libera circolazione di idee, libri e cultura. Ostacoli che vanno a colpire un settore sempre più debole e infermo:

«La presentazione de Il nostro meglio di Alessio Forgione prevista per il 22 settembre alle 18 è annullata e vale la pena spiegare il perché.

Come rete di librai e libraie del centro antico, già nel periodo successivo al primo confinamento ci siamo interrogati su come continuare a parlare di libri tutelandoci dal contagio, come non spezzare i fili che ci legano alle comunità che si sono create attorno alle nostre librerie. Come incontrarci, a partire dai libri, dopo mesi di isolamento.

Abbiamo pensato di farlo all’aperto, organizzando prima una passeggiata per la città sulle tracce di Napoli porosa di Walter Benjamin e poi presentazioni di libri, riviste e fumetti in piazza del Gesù. Stare nelle piazze, portare i libri di cui sentivamo il desiderio di confrontarci con i nostri lettori e lettrici, significava per noi trovare modi di aprire la cultura alla strada, cercare possibilità di incontro oltre lo spazio fisico della libreria, ma anche estendere alla strada quel che in piccolo già avviene nelle nostre librerie, dove i libri sono un pretesto per aprire finestre sulla realtà.

Circa un anno fa, la presentazione del fumetto di Diego Miedo in piazza del Gesù veniva interrotta dall’intervento di due agenti della polizia municipale, in quanto ritenuta causa di assembramento, mentre le persone continuavano comunque ad assembrarsi nei locali, in meno metri quadrati di quelli che può ospitare una piazza.

Da quel momento, per ogni presentazione, abbiamo fatto richiesta al comune e alla polizia amministrativa di una concessione temporanea della piazza, indicando il numero di persone previste, anche quello di sedute, e i metri quadri che si sarebbero occupati. La concessione ha un costo di 32 euro: 16 di marca da bollo, 16 di tassa di occupazione. Nonostante la lunga procedura burocratica che comporta richiedere una porzione di piazza per due ore – per presentare un libro! – abbiamo pensato che prenderci quello spazio fosse importante. Dopo due settimane di attesa dalla nostra richiesta alla polizia amministrativa, ci è stato mandato un documento per ultimare la richiesta di occupazione che ci informava che la tassa da pagare al comune, da 16 era salita a 124: una cifra che, considerando il bilancio di una piccola attività come una libreria, è insensatamente esosa.

Veniamo a sapere che è stato approvato dal comune di Napoli un canone unico che fissa a 12,38 euro a metro quadro il costo della concessione di suolo, al posto della precedente tariffa nazionale di due euro al metro quadro.

Mentre si richiedono 140 euro (inclusa marca da bollo) per presentare un libro in piazza per due ore, lo spazio pubblico continua a riempirsi di tavolini, in una città dove il diritto di stare in piazza spetta solo a chi consuma, in una città che mentre piange figure di librai come Tullio Pironti non volge alcuna attenzione alle piccole librerie che in questa fase storica non hanno alcuna possibilità di riformulare la propria attività e che si ritrovano invece a scontrarsi col vuoto di una progettazione politica culturale».

Guai se qualcuno pensasse di leggere, così come fa Amoresano, protagonista del romanzo di Forgione.
Se così fosse, costui andrebbe subito a ricercare notizie sui ricavi di una libreria rispetto alle vendite di un libro, e capirebbe immediatamente che il ricavato della vendita delle copie di un libro è una somma da destinare a quattro differenti soggetti (editore, autore, libraio e distributore). Sottratta la parte destinata agli altri tre, il libraio percepirà una quota pari al 30 – 35 % sul ricavo totale. Così, su un totale di 20,00€ (il prezzo di un libro) un libraio percepirà 6-7€. Venti sono le copie che il libraio in questione avrebbe dovuto vendere per riuscire a ripagare soltanto la quota richiesta dal comune, senza considerare tutte le altre spese di organizzazione.

Guai se quel qualcuno si domandasse del perché attuare un provvedimento del genere, capirebbe che chi ha ideato e approvato un documento simile, ha agito con una superficialità sconcertante.

Chi si ponesse questi problemi si renderebbe conto della completa mancanza di riflessione e valutazione in chi governa; della siderale distanza fra la realtà e provvedimenti che dovrebbero adagiarsi a quella realtà; dell’assenza evidente di buon senso. Costui capirebbe che la parola cultura, nei programmi degli attori politici e nelle loro agende di governo, non esiste, o se esiste essa non risponde al suo significato pieno (insieme di valori, idee, concetti, storia) ma a quello vuoto e corrotto legato al mondo del marketing e della pubblicità.

di Nicola Iannotta

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