Il complicato mestiere dell’arbitro

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Intervista a Nicola Cavaccini, nuovo membro del Comitato Nazionale Arbitri

“L’arbitro è un po’ un magistrato e un po’ un sacerdote”. Così citava Gianni Brera a proposito di una delle professioni più delicate del mondo calcio.

Dal 14 febbraio scorso a guidare i fischietti italiani è il neo presidente Alfredo Trentalange, con lui eletto anche il Comitato Nazionale Arbitri di cui fa parte Nicola Cavaccini già presidente della sezione di Napoli che lascerà il ruolo per il nuovo incarico ai vertici dell’AIA.

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Con lui una vera analisi sul programma e le idee volte a proporre una modernizzazione e un cambiamento della classe arbitrale italiana.

L’arbitro in Italia è una professione complicata, cosa spinge un giovane a intraprendere questa carriera?

«Chiaramente la spinta è l’amore per il calcio ma fare l’arbitro è un’esperienza formativa importante. Abbiamo ragazzi che a quindici anni crescono attraverso il confronto con le persone, la presa di responsabilità e la capacità di essere indipendenti. Ci si mette in discussione, ponendosi dall’altra parte, vedere il calcio da un’ottica diversa rispetto a quella del calciatore o del tifoso».

Nel programma del Comitato, l’idea del doppio tesseramento…

«Pensiamo che la crescita culturale intesa come sportiva passi anche da questo cambiamento: un giovane possa giocare a calcio una domenica, vestire i panni del direttore di gara quella successiva. Così facendo si ha una visione completa. Vivere gli stessi momenti in posizioni differenti arricchisce la cultura del ragazzo, domani potrà essere di aiuto contro gli episodi di violenza perché ricorderà quanto sia difficile per un arbitro prendere decisioni e quanto sia facile commettere errori.
Al contrario il doppio tesseramento porterebbe “fischietti” più capaci tecnicamente. Provando l’esperienza diretta del calciatore, valutare rapidamente ciò che accade in campo diventa più semplice. Inoltre permetterebbe ai giovani di avere un periodo di transizione per fare una scelta, all’età di 16-17 anni, dinanzi a una carriera da centravanti incerta, si potrebbe optare per quella dell’arbitro».

Al centro del nuovo progetto la rivoluzione digitale, in cosa consisterà?

«Molto importante sarà rivoluzionare la comunicazione. Ci troviamo ad avere contatti con una nuova generazione, dobbiamo parlare la loro stessa lingua. Oggi i social sono centrali, bisogna utilizzare strumenti che i ragazzi seguono per interagire con loro».

In Europa arbitri donna, in Italia ancora no.

«È una priorità, in squadra abbiamo Katia Senesi, primo arbitro donna in Italia a far parte del Comitato Nazionale.
Il ruolo del direttore di gara prescinde dal sesso, una donna può svolgere questa professione al pari di un uomo. Piuttosto investiremo sul lavoro atletico, la struttura fisica femminile è oggettivamente diversa da quella maschile, impiegheremo risorse per far sì che il gap si annulli in modo che una donna possa avere performance uguali a quelle di un uomo».

Quanto è importante la formazione per un giovane arbitro?

«È la base ma non può essere solo teorica. Noi incentiveremo il supporto informatico per arricchire l’esperienza attraverso video e materiale didattico ma l’arbitro vive di episodi e contatti, la formazione si fa sul campo.
Vorremmo aggiungere poi un aspetto importante alla formazione, quello psicologico. Durante una partita è importante capire i momenti e saper comunicare. Credo che la nuova generazione abbia bisogno di motivazioni relazionali che oggi si sono un po’ affievolite».

L’opinione comune è che la classe arbitrale sia una casta autoreferenziale, lavorerete per una maggiore trasparenza?

«Non è una casta ma un organismo terzo rispetto al mondo del calcio. Ciò non significa restare chiusi o che gli arbitri non possano parlare. Chi meglio di noi può spiegare il regolamento piuttosto che il motivo di una decisione presa in campo?.
Ci sono persone preparate che nei tempi e nei modi possono interagire con gli altri operatori del calcio, porteremo avanti questo processo innovativo».

Sui campi sperduti della penisola si assiste spesso al peggio ai danni dei giovani arbitri. Cosa può e deve fare l’AIA?

«Fare cultura. L’arbitro è parte del gioco e come un calciatore sbaglia un rigore anche lui può fare errori. Società e dirigenti devono aiutare nella formazione dei ragazzi.
C’è l’idea di andare nelle scuole calcio per portare la conoscenza del regolamento che molti non conoscono. Sarebbe bello – oggi è visto come impossibile – che giovani arbitri si allenassero con i calciatori, un punto di partenza per un processo culturale necessario».

di Pasquale Di Sauro

TRATTO DAL MAGAZINE INFORMARE N° 215
MARZO 2021

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