L’11 ottobre 1987 si svolgeva, a Washington, la seconda marcia nazionale per i diritti delle lesbiche e dei gay. L’anno successivo, per celebrare l’anniversario della marcia, negli Stati Uniti d’America si teneva per la prima volta il Coming Out Day. L’idea di un “giorno del coming out” fu proposta da Robert Eichberg, psicologo del New Mexico, e Jean O’Leary, politica e attivista LGBT di Los Angeles, durante il laboratorio “The Experience and National Gay Rights Advocates”.
Dopo le prime due celebrazioni tenutesi rispettivamente nella sede della National Gay Rights Advocates in California e a Santa Fe, nel 1990 la Human Rights Campaign decise di dare il suo importante contributo all’evento e, la celebrazione del Coming Out si estese all’intero territorio statunitense.

Da sempre il giorno del coming out segna un’importante tappa per le personalità appartenenti alla comunità LGBT+. “Uscire allo scoperto” ha, purtroppo, da sempre avuto conseguenze sulla vita di chi decide di dichiarare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere, e non sempre queste sono state e sono positive. Numerosi ancora oggi risultano essere i casi che vedono la persona appartenente alla comunità LGBT+ essere derisa, vessata, denigrata, molestata, privata di un lavoro e, in casi estremi, uccisa.

Il coming out viene visto solitamente sotto due punti di vista: il primo è quello che lo vede come una cosa “politicamente sana”, quasi un dovere o una necessità, argomentando con l’idea che più sono le persone dichiarate e più difficile risulterà essere oppressi da bigotti e moralisti; il secondo è quello che ritiene il fare coming out una scelta poco appropriata sia dal punto di vista personale che culturale.

Le domande che, a questo punto, sorgono spontanee sono: perché qualcuno dovrebbe dichiarare a qualcun altro quali sono le sue preferenze sessuali? perché ci si ostina a categorizzare le persone in base al modo in cui vivono la propria sessualità o in base a quale sia il genere in cui si identificano?
Una risposta a questi interrogativi l’ho ricevuta da A., una persona a me vicina: “Ce n’è bisogno – ha subito tenuto a precisare -, il coming out ti fa rinascere e ti rende libero. Esci dalla gabbia, smetti con le bugie e vivi la tua vita con meno ansie. Sicuramente non è tutto rose e fiori, purtroppo, ma si sta meglio che da nascosti. C’è la necessità che la gente omofoba sappia che noi ci siamo, che dobbiamo essere ascoltati e non maltrattati. Soprattutto i personaggi pubblici devono aiutare e aggiungere la loro voce al coro. C’è bisogno che l’impatto negativo a seguito di un coming out si attutisca e si crei un clima di accettazione totale. È facile categorizzare qualcuno per il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere ma non si può ridurre una persona a questo. Io non sono il mio orientamento sessuale, non sono la mia identità di genere. Io sono una persona, una mente pensante e un contenitore di sentimenti.”

La decisione di dichiarare ufficialmente il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere non è una cosa semplice perché rappresenta un vero e proprio salto nel vuoto. Ognuno vive il proprio coming out in modo personale, poiché non esistono tempi prestabiliti o modelli a cui ispirarsi e, quando si trova il coraggio di “uscire allo scoperto” si scopre la felicità di non doversi più nascondere e di poter vivere finalmente alla luce del sole.
Il Coming out in fondo è una piccola rivoluzione e, in quanto tale, rompe un ordine precostituito per dare spazio a una visione inedita e, in questo caso, libera della vita.

Il Coming Out Day deve rappresentare il punto da cui partire per accettare sé stessi senza cercare di compiacere gli altri. Accettarsi e raccontarsi è l’unico modo che abbiamo per non fermarci nella lotta per l’uguaglianza di diritti che, ahimé, è ancora molto lunga.

di Rossella Schender

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