Quando è in arrivo la stagione calda, tutti pensiamo a metterci alla ricerca del posto più adatto a trovare refrigerio dalle alte temperature sia esso in riva al mare o in montagna e magari, con la gioia di poter vivere più tempo all’aria aperta sperimentando anche nuovi sport prettamente estivi. Tutto è più bello quando le attività vengono scandite dal ritmo dei brani più famosi dell’estate che restano nella nostra mente anche quando le prime piogge significano la fine della bella stagione.

Purtroppo capita che ogni estate sia anche accompagnata da una serie di dati e di fenomeni come gli incendi, dei quali è più difficile non badarsene che volerne comprendere le ragioni e le cause.

Anche quest’anno, nostro malgrado, abbiamo dovuto fare i conti con gli incendi che hanno addirittura segnato un nuovo record così come registrato dai dati Effis (European Forest Fires Information System) che ne contano 295, il triplo dello scorso anno con effetti che sono negativi dal punto di vista economico e ambientale.

I roghi hanno interessato Palermo, Monreale e San Martino delle Scale e sono di origine dolosa. Su scala internazionale invece hanno coinvolto la Siberia, le Canarie e il più grande polmone verde del mondo, la foresta pluviale dell’Amazzonia che costituisce l’habitat naturale per tre milioni di specie animali e vegetali e che produce il 20% dell’ossigeno atmosferico assorbendo annualmente oltre 2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. L’Amazzonia dall’inizio dell’anno è stata colpita da 72 mila incendi, di cui quasi 10 mila segnalati solo nell’ultima settimana, secondo le rilevazioni dell’Agenzia Spaziale Brasiliana. Roghi che hanno visto crescere una serie di polemiche in ambito internazionale e che sembrano essere del tutto scollate dalla realtà.

Lo scioglimento dei ghiacciai

Allo stesso modo da anni si parla degli effetti del rischio dello scioglimento dei ghiacciai sull’intero ecosistema, senza aver mai comunque trovato una soluzione concreta al problema e senza che si percepisca, nell’immediato, la messa al bando di alcune pratiche ritenute dalla comunità scientifica mondiale tra le prime cause dell’innalzamento delle temperature globali.

Di recente la denuncia di alcuni comitati locali in Islanda si è trasformata in un vero e proprio funerale per ricordare la scomparsa di Okjokull, il grande gigante di ghiaccio, tenutosi alla presenza del Primo Ministro islandese, Katrin Jakobsdottir, il Ministro per l’Ambiente, Gudmundur Ingi Gudbrandsson, e l’ex presidente dell’Irlanda, Mary Robinson. Ma Okjokull non è il solo ghiacciaio che dovremmo ricordare come dimostrano le impressionanti immagini satellitari che hanno registrato come in pochi anni in Islanda siano andati perduti 56 ghiacciai su 300.

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Cosa fare? l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ha un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Il programma ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – Sustainable Development Goals, SDGs – tra cui quello di adottare misure urgenti in grado di combattere i cambiamenti climatici e il loro impatto sul nostro pianeta.

Il richiamo alla responsabilità personale

Credo tuttavia che oltre alla sensibilizzazione dei cittadini attraverso social network e mass media sia necessario e fondamentale il richiamo alla responsabilità personale di ciascun individuo nelle azioni che mette in atto quotidianamente. Solo il cambiamento delle azioni può favorire il controllo dei possibili fattori di rischio e di protezione, mediante l’innesco di un circolo virtuoso di trasmissione e condivisione di buone pratiche mirate ad isolare i cattivi esempi.

E’ fondamentale ritornare ad amare la propria Terra e a percepirla come tale e rispettare l’ecosistema anche a discapito di qualche considerevole ritardo nelle coltivazioni, come nei sistemi di allevamento. Infine, bisogna avere sempre a mente che i cittadini sono detentori di diritti e doveri. Quando si sentono vittime di disservizi la strada maestra non è certo l’incendio del cumulo dei rifiuti o il loro abbandono in luoghi che in poco tempo diventano discariche a cielo aperto, ma il ricorso alle pratiche di segnalazione del problema alle istituzioni competenti. C’è bisogno di nuove buone governance pur constatando che esse possono funzionare soltanto con il contributo di tutti.

Non dobbiamo perciò restare fermi come spettatori davanti ad un scena teatrale, ma abbiamo il dovere di chiedere il diritto ad un ambiente sano, vivibile e sostenibile. Un  ambiente che non bruci ma viva, perché solo in questo modo potremmo arginare la deriva climatica dell’ecosistema e quella comportamentale dei popoli che lo abitano.

di Antonio Di Lauro

 

 

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