Mi piace mangiare. Mi piace farlo da solo per trovare intimo ristoro, ma anche in compagnia perché è un momento in cui talvolta -nonostante il galateo lo vieti – si affrontano temi più scottanti della pietanza.

Mi piace il sapore del buono e provare nuovi cibi diventa scoperta.
“Siamo ciò che mangiamo” è un degli aforismi più noti ed ha giusta ragione: il cibo caratterizza popoli, culture e società formando l’individuo e quindi si può senza dubbio dire che il cibo è da considerare un elemento culturale, ma non solo, esso è anche un’occasione di incontro in cui si manifestano interessi, opinioni ed avviene l’integrazione.

Il grande potere di influenza del cibo nella formazione dell’individuo lo si riscontra anche nell’ambito religioso.

La religione induista vieta il consumo di carne bovina poiché la vacca è per i fedeli Indù l’incarnazione di numerose divinità, ed ancora nei paesi di fede mussulmana, ed ebraica, il maiale è considerato immondo, ed è  proibito cibarsene.
Tali prescrizioni vengono fatte risalire sacre scritture delle rispettive religioni ma che, in realtà, rivelano la necessità di imposizioni restrittive dettate da ragioni di tipo socio-economico.
La condizione di sacralità della vacca nella religione induista trova origine in ragioni pratiche: inizialmente infatti la vacca era oggetto di sacrifici che prevedevano l’uccisione di numerosi capi di bestiame a scopo divinatorio, dopo i quali i partecipanti banchettavano con la carne così macellata. Un aumento demografico che ha investito la società, vede tra il 1800 e l’800 a.C. nelle regioni che oggi costituiscono l’Unione Indiana, una drastica diminuzione della quantità pro-capite di carne bovina, impedendo così che i fabbisogni nutrizionali potessero essere ancora soddisfatti con il consumo di carne. Per nutrire una così vasta quantità di popolazione, infatti, si deve ricorrere a cereali e latticini, economicamente più vantaggiosi rispetto alla carne. All’insufficienza quantitativa del bestiame si aggiunge il fatto che la razza bovina in India svolge importanti compiti all’interno del ciclo agricolo che rappresenta il motore di crescita demografica indiana.

Cibo – religione – vita pratica.

Per ciò che concerne al divieto di consumo di carne di maiale, numerose e antiche sono le indicazioni contenute all’interno dei testi sacri di religioni diverse. Il maiale è l’unico animale esplicitamente proibito dal Corano, mentre nel Levitico, viene definito «immondo» a causa della sua propensione a nutrirsi di feci e rotolarsi nel fango.

La ragione per la quale viene fatto divieto, è che probabilmente per le posizione semi-nomadi dei astori dell’Asia mediorientale era economicamente svantaggioso allevare maiali, perché il maiale non ha un’utilità per il lavoro dei campi, non è adatto alla sopravvivenza in zone aride, non produce cibo se non viene ucciso e quindi ricopre quel ruolo fondante per l’agricoltura.
Ecco che il precetto religioso servì allora a eliminare la tentazione di allevamenti poco convenienti che mettessero a rischio l’equilibrio vitale delle comunità.

Il cibo, oltre a mezzo di identità, è anche veicolo che permette l’accelerazione dell’integrazione poiché è la prima forma di relazione tra due civiltà, opposte visioni, di due individui, che prevede la fiducia nell’altro, ossia colui che ci prepara e ci offre un alimento nuovo nel sapore e nel concetto. Quando ciò accade, le importanti differenze che costituiscono le singole realtà alimentari, vengono uniformate per ottenere un gusto unitario, uguale per tutti, con inesorabili perdite delle caratteristiche individuali proprie di ogni cultura alimentare.
Il cibo è mediatore: ricopre indubbiamente un importante ruolo identitario sia dal punto di vista dell’individuo sia da parte del gruppo etnico, portando ad un incontro che può avvenire attorno ad una tavola, a terra e in disparati luoghi per creare un’integrazione che si rende sempre più inevitabile, moderando quei conflitti e quegli attriti che sorgono dall’incomprensione, dalla mancata conoscenza e dalla paura dell’altro.
Viaggiare nel mondo, mangiando.

di Salvatore Sardella

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