Immaginate che una donna decida di abortire e che, un giorno, a sua insaputa e senza che il suo consenso, qualcuno prelevi il feto dall’ospedale e lo seppellisca in un cimitero con “nome e cognome della madre” (o in alcuni casi con nomi di fantasia assegnati da dipendenti comunali). Immaginate di essere voi quella donna e di imbattervi in una tomba che porta il vostro nome. Marta Loi, è una delle tante persone a cui è successo di scoprire che in un cimitero italiano di qualche città, in questo caso del Laurentino, è stato sepolto oltre che il feto che pensava smaltito dall’ospedale dove aveva abortito, anche il suo diritto alla  privacy e la sua libertà.

La vicenda

Il 28 settembre, in un lungo post su Facebook, Marta Loi ha deciso di rompere il silenzio, raccontando la vicenda che oggi sta rimbalzando su decine di quotidiani italiani. Qualche mese fa, secondo le indicazioni terapeutiche, e in uno dei centri specializzati di Roma, la Loi ha interrotto la sua gravidanza e, quando le è stato chiesto se volesse occuparsi delle esequie, aveva risposto di no, per motivi riservati.

Sette mesi dopo, al ritiro del referto istologico, Marta, dopo aver letto su qualche testata la presenza di luoghi dedicati alla sepoltura di feti, decide di contattare la struttura in cui si era recata per conoscere. La conversazione è stata questa: «Signora il fetino sta qui da noi. Li teniamo perché a volte i genitori ci ripensano. Stia tranquilla anche se lei non ha firmato per sepoltura, il feto verrà comunque seppellito per beneficenza. Non si preoccupi avrà un suo posto con una sua croce e lo troverà con il suo nome». Eppure, Marta Loi aveva esplicitamente negato il consenso alla sepoltura e alle esequie.

Le immagini si sa, sono più potenti del testo , "arrivano prima". Ecco…inizio scrivendo che questa non è la mia…

Pubblicato da Marta Loi su Lunedì 28 settembre 2020

Cosa dice la legge in merito?

Per i più progressisti, o forse semplicemente per le persone civili, è probabile che apprendere questo genere di notizie susciti un senso di indignazione, tale da chiedersi: “ma è legale questa cosa?”. Bene, la risposta è in teoria sìAnalizzando il Regolamento di polizia mortuaria del 1990, si legge che l’art. 7 fa distinzione tra tre casi possibili in caso di aborto:

  • bimbi nati morti (oltre le 28 settimane), per i quali la sepoltura avviene sempre;
  • i “prodotti abortivi”, ossia quelli tra le 20 e le 28 settimane, cui spetta l’interramento in campo comune con permessi rilasciati dall’unità sanitaria locale;
  • i “prodotti del concepimento”, ossia quelli di età inferiore alle 20 settimane, che vengono considerati rifiuti speciali ospedalieri (perché non riconoscibili), quindi non destinati alla sepoltura, ma alla termodistruzione. 

Succede che, in alcune regioni, si sfrutti una sorta di gap normativo, il cosiddetto criterio più o meno avanzato di riconoscibilità, il quale permetterebbe, anche nel caso in cui il feto abbia meno di 20 settimane, che non sia smaltito come rifiuto sanitario, ma che ci sia obbligo di sepoltura. Su “L’Espresso” viene ampiamente spiegato come le associazioni religiose, coloro che sono dietro questa macchina, agiscano, inserendosi in questo vuoto lasciato dalla legge.

Sostanzialmente, se entro le 24 ore dall’estrazione del feto, i genitori “o chi per essi”, non presentano domanda di seppellimento, l’associazioni religiosa, che ha già precedentemente fatto richiesta per essere riconosciuta all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, si faccia avanti con l’ospedale come “chi per essi”. Parliamo dunque di persone autorizzate, in accordo con la clinica prima e con il Comune poi, a passare negli ospedali e raccogliere i feti in contenitori speciali biodegradabili.

Il tam-tam mediatico

Il 30 settembre, due giorni dopo la pubblicazione del post di Marta Loi su Facebook, il Garante per la protezione dei dati personali ha deciso di aprire un’istruttoria per fare luce su quanto accaduto. Sulla vicenda, inoltre, è intervenuta anche Cathy la Torre, avvocata e attivista italiana, che in un IGTV ha spiegato la grave violazione della privacy che queste vicende sottendono. «Fino alla 20esima settimana il feto è a carico dell’ASL che lo smaltisce come prodotto abortivo, dalla 28esima settimana in in poi, il Regolamento di polizia mortuaria nazionale dice che i genitori possono scegliere se dare una sepoltura a quel feto, facendone richiesta all’anagrafe o all’ASL. In ogni caso non è MAI consentito che durante la sepoltura venga indicato il nome della donna che ha avuto un’interruzione di gravidanza o un aborto. Quanto accaduto non è accettabile».

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Il racconto di una donna di Roma ha portato alla luce una realtà sconvolgente e spaventosa che potrebbe essere più diffusa di quanto pensiamo. In diversi cimiteri i feti vengono sepolti nei cimiteri senza l'autorizzazione delle donne che hanno abortito, ma con indicati anche i nomi di queste ultime sulle croci. Loro lo scoprono solo anni dopo. E solo per caso. E' un agghiacciante abuso e una devastante violazione della privacy. In questo video spiego cosa stabilisce la legge in merito, cosa potete fare se ne siete vittime e come contattarci per avere tutte le informazioni necessarie per potersi tutelare anche giuridicamente. #diritto #diritti #privacy #feto #ivg #interruzionevolontariadigravidanza #aborto #asl #garante #avvocato #avvocati #cimiterodeifeti #cimiterideifeti #donne #genere #donna #madre

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I giardini degli angeli

Questi luoghi, dove avvengono sepolture di feti spesso all’insaputa dei genitori e in nome di una “cultura della vita” (o almeno così si legge in alcuni slogan di queste associazioni pro-life), vengono chiamano “giardini degli angeli“. Lo scorso agosto, la giornalista e autrice, Jennifer Guerra ha provato a mapparli, ricavando una panoramica drammatica delle città italiane, che da più di 20 anni assistono inermi alla diffusione di questo fenomeno.

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CIMITERI E REGISTRI DI "BAMBINI MAI NATI", L'ITALIA ANTI-CHOICE Ho visto molta indignazione per la proposta di aprire un cimitero per feti con apposito registro a Marsala. In realtà queste cose succedono ovunque e almeno da vent'anni. C'è un'associazione cattolica che se ne occupa, Difendere la vita con Maria, che stringe accordi con gli ospedali (anche pubblici) e le amministrazioni comunali per prelevare i prodotti abortivi dagli ospedali e seppellirli nei cimiteri, senza l'autorizzazione della donna o dei genitori. A Torino c'è un'impiegata comunale che assegna nomi di fantasia. Internet è pieno di video di queste sepolture, fanno un po' impressione. Ho pensato che fosse utile tenere traccia di questo fenomeno. Ho fatto una mappa dei luoghi in Italia dove questo avviene, aggiungendo anche le amministrazioni che hanno preso accordi o si sono impegnate con associazioni pro-life. Abbiate pazienza ma ho ricostruito tutto tramite le notizie che ho trovato su internet, quindi può darsi che non siano aggiornate, ho messo comunque la fonte a ogni pin.
In rosso i cimiteri che hanno "Giardini degli angeli" o luoghi di sepoltura per feti;
In blu le amministrazioni locali in cui sono state proposte o che hanno votato mozioni "a favore della vita";
In giallo gli ospedali, privati ma anche pubblici, che hanno stipulato convenzioni con Difendere la vita con Maria o altre associazioni che si occupano di sepoltura dei feti senza il consenso della donna o dei genitori. Se avete altre segnalazioni potete scrivermi a ciao@jenniferguerra.it NB: Capisco l'esigenza di un luogo per commemorare una gravidanza non portata a termine, ma qui il discorso è ben diverso. Parliamo di persone che prelevano dagli ospedali prodotti abortivi (quindi con meno di 20 settimane di gestazione), che andrebbero smaltiti come rifiuti speciali attraverso le procedure previste dalla legge, calpestando il diritto di scelta altrui. Trovate la mappa al link in bio.

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Come spiega anche la Guerra, la presenza di questo genere di cimiteri non faceva grande notizia, fino ad oggi, perché in effetti la legge prevede che i feti possano essere seppelliti, quindi cosa c’è di strano nel fatto che esistano luoghi dedicati a questo scopo? Il problema sta nel fatto che tutte queste operazioni, giustificate dal voler rendere un servizio alla comunità per beneficenza, avvengano senza alcun tipo di consenso da parte della donna.

Il fenomeno ventennale de “i giardini degli angeli“, ha tra le prime associazioni pro-life a stringere accordi con il Comune e con le cliniche per la sepoltura di prodotti abortivi, un ente chiamato: Difendere la vita con Maria” (Advm), inaugurata nel 2000 a Novara. Oggi, quest’associazione conta oltre 200mila sepolture effettuate, di cui non è lecito sapere quante di queste siano consenzienti e quante, invece, siano state fatte in nome della carità cristiana.

È chiaro che il nostro Paese abbia un’enorme problema, oltre che con il diritto all’autodeterminazione, e quindi all’aborto, con il corpo delle donne di cui chiunque, anche senza il suo consenso, può scegliere di poterne diporre quando e come reputa giusto. La voce di Marta è stata calpestata, il suo nome esposto all’umiliazione pubblica, ma la sua storia, oltre che arrivare tra le home degli account social d’Italia, ha la possibilità di riempire quel drammatico vuoto normativo che nel 2020 costringe una donna – che ha l’unica colpa di avere esercitato il suo diritto di scelta – a vedere il suo nome su una tomba.

di Carmelina D’aniello

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