Pare che in Italia non sia possibile abbandonare la prospettiva che pone la pena detentiva al centro del sistema punitivo.

C’è una forte resistenza a intendere il carcere esclusivamente come un luogo detentivo dove il reo deve essere segregato.

Tale opinione si crea mediante l’uso strumentale della politica e dei mass media, portatori del virus della così detta “paura percepita” che viene somministrato tramite il sempre attuale format: selezionare il caso di cronaca e tramutarlo in campagne informative che vanno a condizionare la percezione pubblica, al fine di aumentare il senso di insicurezza della popolazione nonostante le statistiche dichiarino che i reati violenti siano calati.

L’istituzione penitenziaria, nel tempo, ha mutato forme, funzioni diventando il protagonista nella struttura punitiva degli stati europei e americani.

Tuttavia è al centro di un paradosso: è allo stesso tempo un fallimento e un successo. Il carcere è un fallimento in quanto in due secoli di onorato servizio non è riuscita a perseguire nessuna della finalità che ne legittimano pubblicamente l’esistenza; anzi violenta, distrugge e annienta l’identità dell’individuo.

Nonostante ciò gli istituti di detenzione sono sempre più pieni. L’Italia ormai viaggia su un tasso di carcerazione vicino ai 100 detenuti ogni 100.000 abitanti, il doppio di quello di 25 anni fa. Appare chiaro come la domanda di penalità sia così elevata che persino una istituzione di successo come il carcere non riesce ad esaudirla.

Da un po’ di anni  si è adottata una soluzione: privatizzare il sistema delle carceri, per garantire allo stesso tempo un controllo sociale più pervasivo ed efficiente ed aumentare i profitti delle imprese che si occupano della gestione.

In paesi come gli Stati Uniti, l’Australia o la Gran Bretagna, le prigioni private rappresentano una triste normalità e le grandi corporation che vi operano, hanno modellato i penitenziari secondo l’ottica liberista, riuscendo a capitalizzare con precisione e a fondo, ogni aspetto della vita carceraria.

Le carceri private sono quotate in borsa, sono fabbriche che pagano salari da schiavi per la produzioni di disparati beni: occhiali per la vista notturna, giubbotti antiproiettile, mimetiche, strumenti radio e di comunicazione, sistemi d’illuminazione, o uniformi per gli addetti che lavorano per i grandi marchi di fast food.

In California, come in molti Stati, i prigionieri che si rifiutano di lavorare vengono collocati negli istituti disciplinari, perdono il diritto alla mensa e i crediti per rientrare nel programma di benefici per buona condotta, il “Good Time”, che allevia le loro sentenze.

La situazione in Italia riguardo le carceri si presenta con una gestione pubblica, espressione del monopolio dello Stato in tema di sicurezza.

Eppure, anche in Italia, esistono casi di esternalizzazione di attività in materia penitenziaria ma con connotazioni ben diverse dalle esperienze degli altri Paesi. Essa risulta essere circoscritta, prevalentemente, alla   gestione   di   alcuni   servizi strumentali.

Ma l’interesse nell’affidamento ai privati nasce per due ragioni: da una parte, c’è chi ritiene che la così detta politica della “tolleranza zero” possa produrre risultati, soprattutto mediante programmi repressivi più severi per immigrati e tossicodipendenti.

Dall’altra, si deve rilevare la forte inefficienza del sistema dell’amministrazione della giustizia, anche in relazione all’eccessiva durata dei processi.

Attualmente il ricorso ai privati è oggetto di ampio dibattimento, perché mette in discussione la centralità dello Stato e si arriva, in concreto, a un nuovo feudalesimo ad una vera regressione in rapporto alla formazione e sviluppo dello Stato moderno che non può porre più una flebile attenzione al tema dei detenuti.

Per tali motivazioni lo Stato deve conservare la sua diretta responsabilità nella gestione delle carceri che dovranno restare un bene comune e quindi pubbliche, in modo da mettere al centro i diritti fondamentali dei detenuti così come sancito dalla nostra Costituzione e non a da mere leggi di mercato.

di Salvatore Sardella

 

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